Giorgio Fontana esplora il mondo di Kafka

0 Condivisioni

“Un mondo di verità”: è il sottotitolo di Kafka (Sellerio 2024) di Giorgio Fontana, ma in realtà il volume esplora il mondo le opere maggiori Franz Kafka. Racconta immagini, enigmi, preoccupazioni, persone legate allo scrittore boemo. L’autore cerca di uscire dalla banalità del mito (la pubblicistica su Kafka è fuori misura) e condanna l’abuso dell’aggettivo “kafkiano” – giacché Kafka, per quanto complesso, non era kafkiano. Era uno scrittore, un essere umano anzitutto. Con le sue fragilità e debolezze. Un grande enigma fatto di naturalismo e fantasmi, in cui mondi e situazioni si accavallano dando un senso di mistero e di incompiuto. Giorgio Fontana ne esamina racconti e romanzi. “Ancora Kafka”, dunque. Anche un secolo dopo; o forse, soprattutto, un secolo dopo. Come mai? Anzitutto, Kafka non ha perso il suo fascino. È condivisibile la scelta di Fontana di definire Kafka come «una determinata atmosfera emozionale».

Kafka è ricco di emozioni e ne trasmette a chi lo legge. Ha scritto forse meglio di qualsiasi altro scrittore nel Novecento la condizione dell’uomo contemporaneo, svelando il cuore segreto di una società dove la burocrazia prende il posto delle relazioni. Giorgio Fontana concede allo scrittore boemo il ruolo di profeta – «impossibile leggere Kafka senza essere preceduti da un’interpretazione o da un pregiudizio». Tutti gli scrittori, quindi anche Fontana, hanno un debito con Kafka. Si tratta anzitutto di un debito culturale più che narrativo o stilistico. Scrivere, si dice, può essere la ricerca della verità (ecco qui l’elemento del sottotitolo): scrivere è anzitutto rivelare una verità interiore. Sin dall’inizio Giorgio Fontana parte dagli elementi attorno al Kafka uomo e al Kafka scrittore. Il buio è un elemento kafkiano e della sua prosa. Poi l’isolamento; una necessità liberatoria, poco compresa anche dai suoi amici.

Scrittura: scrivere per cosa? Per chi? È una domanda si fa chiunque scriva. E se l’è fatta pure Kafka. Scrivere è una possibilità di salvarsi. Quindi scrivere è per se stessi. «L’esistenza dello scrittore è davvero dipendente dalla scrivana; se vuole sfuggire alla follia non deve mai allontanarsi realmente dalla scrivania», ha scritto Kafka. Secondo il quale, «lo scrittore è il capro espiatorio dell’umanità». Forse questo era quello che sentiva dentro. Perché fuori, in città e sul lavoro, lo scrittore era molto apprezzato. Il suo amico Max Brod lo definì «uno degli uomini più divertenti che io abbia mai conosciuto, nonostante la sa modestia e la sua calma». Dora Diamant raccontò di quanto si divertisse a fare ombre con le mani alla parete e andare in kayak. Dora è inevitabilmente associata al Kafka-animale, ovverosia l’ultimo Kafka – quello malato. Fontana indaga parecchio sul suo rapporto con la scrittura.

Già quando lavorava per Generali si lamentava di non poter lavorare su quello che più amava fare: scrivere. «Kafka visse una vita interiore estremamente inquieta, sempre cercando di liberale il “mondo immenso” che aveva in testa per liberarsi a sua volta», scrive l’autore. Kafka non ha mai completato i suoi romanzi. Ne veniva respinto, per dirla con Pietro Citati. Quasi a intendere che la scrittura fosse una figura materna. «Non fu in grado di finirli perché la crisi del linguaggio a lui contemporanea glielo impediva». L’incapacità di Kafka di concludere è una caratteristica di cui lo scrittore era cosciente. Eppure, egli sovrapponeva i punti di vista, riduceva la focalizzazione, si immedesimava nei personaggi – sempre sottili ed evanescenti. «Gli esseri di Kafka sono legati a ciò che è stato a lungo sopito, come un oggetto smarriti». Non è il mistero che Kafka sia ispirato a Gustave Flaubert.

Era infatti un classicista nell’anima, ma dalla sobrietà espressiva. Di altro genere erano le passioni di Brod che d’altra parte, invece, amava i barocchismi. Riflettendo sulle interpretazioni di Gilles Deleuze e Félix Guattari, Fontana parla anche della lingua di Kafka. Era il tedesco degli ebrei praghesi contraddistinto da una sintassi spesso scorretta. Il pittore Friedrich Feigl (che dà il suo ritratto di Kafka in copertina di libro) ha scritto che «il modo di scrivere di Kafka rappresentava una nuova causalità, un nuovo sistema di nessi causali». Difatti il mondo romanzesco di Kafka è poroso e malleabile. Giorgio Fontana sostiene che i racconti di Kafka si avvitano su loro stessi e i dialoghi traballano come se fossero sospesi in un abisso, mentre l’autore si rivela un maestro del colpo di scena narrativo che compare in tutti i suoi romanzi.

Un altro capitolo esplora il concetto di progetti perduti, il castigo e la tematica dei figli. Sono gli aspetti oppressivi che aleggiano nel mondo di Kafka. Giorgio Fontana scrive che Kafka mostra un’intera gamma di emozioni legate alla mutazione di questi sentimenti, tra solitudine e dolcezza. Ma anche la vergogna e la collera, la paura e il bisogno di attenzione, tematiche che si intravedono ne La metamorfosi e Il processo. Ma anche ne La condanna, scritto nella notte tra il 22 e il 23 settembre 1912, in cui Kafka divenne uno scrittore. O forse, semplicemente, se stesso. In effetti, un castigo non potersi dedicare a tempo pieno alla letteratura. La questione della colpa è intrecciata naturalmente a quella di castigo. Con Il processo Kafka ha mostrato il volto brutale, diabolico e anche ridicolo del potere.

Kafka un condannato, così come sono condannati tutti i suoi personaggi: Karl Rossmann, Josef K. e K. Protagonisti di emozioni e personaggi mai compiuti e in sospeso. L’adolescente Karl è il più ingenuo dei tre. Il trentenne Josef K. è arrogante, mentre K. è un uomo intelligente. Irrimediabilmente soli di fronte al cosmo ostile, nudi nella loro individualità. Ognuno cerca giustizia. America o Il disperso è una rappresentazione della società capitalistica e delle aspettative della società. Ma l’attacco alle istituzioni si vede meglio ne Il processo. L’aula di tribunale dove si svolgono le disavventure di Josef K. Ed è una caricatura dello stato liberale – «o meglio, una sua possibile involuzione», aggiunge Fontana. Lo si è detto in tante volte: Kafka è stato un anticipatore dei problemi dello Stato e del ruolo dello Stato nella vita dei cittadini. Lo Stato che si dilata e getta la sua ombra conformista.

Fontana analizza la mentalità di Josef K. «La sua anaffettività è il prezzo per aver ottenuto una carriera così brillante, ma lo ha reso anche aggressivo e sfrontato». Nessuno è innocente di fronte all’enorme macchina burocratica e giudiziaria perché l’imputato appartiene a un sistema diverso rispetto al sistema. Non è dunque un caso che K. ignori la legge. Eppure, dice di non averla violata. Perché non sa di essere all’interno di quella specifica legge. Fontana si rivela anche innovativo del momento che spieghi che Kafka non può essere interpretato attraverso il vittimismo – sebbene tutti i suoi personaggi siano vittime. La punizione riservata ai personaggi di Kafka è ingiusta, abnorme. Secondo l’autore, Il castello è l’opera più grandiosa. Seguendo i ricordi di Brod il finale previsto da Kafka è che il protagonista muoia, ma è accettato dal resto del villaggio. Il castello è la sede di un potere extraterrestre.

In conclusione, Fontana ricorda al lettore anche episodi meno noti della vita di Kafka. Una volta era entrato a casa Brod e svegliò il padre che dormiva sul divano. «Mi consideri un sogno», disse. Vegetariano (cosa che il padre considerava una assurdità), faceva ginnastica, amava nuotare e passeggiare. Politicamente, oggi lo classificheremmo con un socialista libertario. Nonostante la delicatezza e sensibilità, Kafka sapeva essere duro con le donne e le fidanzate – Felice Bauer, Grete Bloch, Julie Wohryzek. Immancabilmente degli ultimi aspetti analizzati nel libro è la questione ebraica. Che curiosamente non compare mai nei suoi testi. Compaiono i concetti di male, di mutamento, di metamorfosi, di fluire. Mai il concetto di ebreo. Eppure, la terra promessa compare ne Il castello e in America, ma la terra promessa è anche la salvezza di Josef K. Per Kafka invece, «la sua Terra promessa era la letteratura».

0 Condivisioni

Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, classe 1997, MA in Relazioni Internazionali, BSc in Comunicazione, giornalista freelance, gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *