Alcide De Gasperi, il grande europeo che rifondò l’Italia

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Alcide De Gasperi è stato senza dubbio il più grande politico italiano del Novecento. Per la visione, l’impatto delle politiche, delle decisioni, del lascito. Ne ha scritto in Il costruttore (Mondadori 2024) Antonio Polito che dallo statista trentino ha ricavato cinque lezioni per i politici e gli italiani di oggi. Chi vuole demolire e chi promette di rottamare dovrebbe ricordarsi che c’era un uomo che in Italia voleva costruire, esordisce a ragione l’autore. Otto anni presidente del Consiglio, De Gasperi allontanò il re, difese l’integrità territoriale di un paese sconfitto, ottenne i fondi del Piano Marshall, inserì Roma nel Patto Atlantico e gettò le basi dell’Europa unita con Francia e Germania, fondò la Cassa del Mezzogiorno e l’ENI, promosse grandi riforme sociali e iniziò il miracolo economico. Invece di una rivoluzione, fece una democrazia. Uomo nato povero e rimasto umile, sobrio e devoto. Morì come “uomo solo” nella DC.

Ma l’Italia lo comprese e lo ammirò. Alcide De Gasperi ha dato molto al suo paese. Fu il primo presidente del Consiglio della Repubblica, arrestato sotto il fascismo perché antifascista (istituì la festa del 25 Aprile) e mise i comunisti all’opposizione perché anticomunista. Come Konrad Adenauer e Charles De Gaulle, la sua impronta sulla Storia d’Italia è indelebile. Polito, pur non nascondendo il suo passato comunista, riconosce i meriti di De Gasperi. Che molti suoi ex compagni ridimensionano. Il libro, dunque, è doppiamente meritorio nel ripercorrere la figura del grande politico. «Ho capito», scrive Polito, «che solo un cambiamento costante, progressivo, sostenuto dal consenso, può compiere il miracolo di trasformare la società come fa la neve con un paesaggio: un fiocco alla volta». Alcide De Gasperi fu un leader che non aveva bisogno di definirsi “riformista” per esserlo. Riuscì a creare un’Italia nuova e riscattare un paese vassallo dei nazisti.

Scelse l’Europa come nuova patria. La riforma agraria, il Piano casa, la bonifica dei Sassi di Matera. Fece le scelte giuste. Spesso e volentieri anche contro il suo partito e il parere del Vaticano. «E tutto ciò lo fece un democristiano! Non un “rivoluzionario”», sottolinea Polito. Un fervente cattolico, che faceva dell’onestà un comandamento. Polito parte dalla conferenza di Parigi del 10 agosto 1946, quando gettò le basi per la rinascita italiana. Si diede un compito quasi impossibile. Cioè separare le responsabilità del popolo italiano da quelle del fascismo, dimostrando che esisteva un’altra Italia che lo ha combattuto. Alcuni rimproverarono a De Gasperi un antifascismo tiepido. Lui che, a differenza di tanti, vide arrivare il fascismo, che lo mandò in carcere. Fu uno dei più lucidi critici del tentativo dei partiti di sinistra di monopolizzare l’antifascismo – abitudine che sussiste ancora oggi.

«Gli italiani, che per vent’anni si erano consegnati con entusiasmo al prototipo del demagogo, per uscire dai guai che quello aveva combinato si affidano al suo opposto, un uomo del tutto diverso, persino fisicamente e antropologicamente». Alcide De Gasperi rifuggiva da ogni posizione da superuomo. Figlio di contadini trentini da una terra di confine all’epoca asburgica non era un irredentista come il collega universitario Cesare Battisti, il socialista che allo scoppio della guerra si rifugiò in Italia e si arruolò per combattere gli austriaci, finendo arrestato e giustiziato. De Gasperi aveva una certa venerazione per la legalità, scrive Polito, anche nella protesta. Fu arrestato dalla polizia austriaca durante i fatti di Innsbruck (3 novembre 1904). Passò venti giorni in carcere. Non fu né dannunziano, né interventista, ma neutralista. Non vedeva la guerra come “igiene del mondo”, ma come una tragedia.

Scelse di studiare a Vienna invece che nella più vicina Innsbruck, poiché la Vienna di Karl Lueger, capo dei cristiano-sociali, sembrava la capitale della rinascita del cattolicesimo. Di quella rinascita, De Gasperi, ricorda Polito, assorbì le cose buone. Cioè concretezza, onestà, pragmatismo, impegno in difesa dei più deboli e forte sensibilità per la questione sociale. Ma anche le cose peggiori: antimodernismo, incomprensione del capitalismo e un certo antiebraismo. Polito analizza una per una le sue cinque grandi lezioni. Prima lezione: Democrazia significa antidittatura. Un vero democratico è sia antifascista sia anticomunista. De Gasperi venne arrestato dai fascisti per il suo antifascismo e cacciò i comunisti dal governo. Evitò la guerra civile e battezzò la Repubblica, costringendo re Umberto II alle dimissioni dopo il referendum. «La libertà politica è legata alla libertà economica, e la democrazia senza la giustizia sociale sarebbe una chimera», disse.

Secondo Polito, per Alcide De Gasperi la libertà era un valore essenziale nella vita pubblica. Riconnetté il pensiero cattolico con la Rivoluzione francese, richiamando la tradizione di libertà di Alessandro Manzoni, Antonio Rosmini e Vincenzo Gioberti. Riscoprì la tradizione democratico-liberale europea e inserì Alexis de Tocqueville nella genealogia della DC. Durante il Ventennio, nel “confino” a Roma iniziato dopo la scarcerazione nel 1928, sviluppò il disgusto nei confronti del regime fascista, ritenendolo incompatibile con l’etica cristiana. I popolari ottennero dal Duce la promessa di non modificare la legge elettorale proporzionale. E, in cambio, votarono la fiducia – contro il parere di Don Luigi Sturzo. Tuttavia, il governo tradì la promessa e impose la legge Acerbo. La Biblioteca Vaticana offrì un lavoro a De Gasperi, che considerò la Conciliazione del 1929 tra Stato e Chiesa un bene sia per la Chiesa che per l’Italia.

La DC, come avrebbe riconosciuto lo stesso Sturzo, almeno nelle sue origini, è un partito più indipendente e autonomo dal Vaticano rispetto al PPI. Osserva Polito: «Da un lato deve convincere il suo mondo, e un vasto elettorato cattolico di contadini e ceti medi che aveva accettato il fascismo come rassicurante garanzia di ordine e antidoto alla rivoluzione, a entrare a vele spiegate in un nuovo sistema politico che sarà antifascista. Dall’altro, però, deve anche combattere contro l’idea, che si agita nel Cln, di un “partito unico dell’antifascismo”: quella tendenza che si propone sì di costruire una democrazia, ma concependola come strumento per il suo superamento, per un rivolgimento sociale e l’instaurazione di un ordine nuovo». De Gasperi assunse la guida del governo il 10 dicembre 1945. Mentre la sinistra azionista coniò lo slogan di “rivoluzione democratica”, De Gasperi vi contrappose “la democrazia è anti-rivoluzione”.

Nel 1947, De Gasperi scelse di formare un nuovo governo senza i comunisti – richiesto sia dal Vaticano che dalla sinistra dc di Giuseppe Dossetti. Mentre si consolidava la dottrina Truman, De Gasperi decise di escludere i comunisti dal governo. Il consenso elettorale nelle politiche del 1948 dimostrò la validità della scelta. La DC ottenne quasi tredici milioni di voti, il 48,51 per cento, contro otto milioni del Fronte. Fu così che Palmiro Togliatti, scrive Polito, «fissò allora il paradigma che sarebbe stato poi usato a piene mani contro moderati e liberali […]: […] che antifascismo e anticomunismo fossero incompatibili tra loro, e dunque l’anticomunismo non fosse altro che una nuova forma di fascismo». Pietro Secchia disse a Mikhail Kostylev, ambasciatore sovietico a Roma, che «se ci sarà una iniziativa americana, i lavoratori armati riusciranno a prendere […] quasi tutto il territorio dell’Italia del Nord e del Centro». E così era.

Nel febbraio 1948, d’altra parte, in Cecoslovacchia, i comunisti avevano preso il potere con un colpo di Stato, mettendo fine alla fragile democrazia postbellica. Fu De Gasperi a costringere Umberto II all’esilio. Eppure, non era mai stato un sostenitore aperto della Repubblica. A Pietro Nenni, che la mattina prima del referendum gli chiese: «Si può sapere come voti domani?», l’uomo che aveva portato il Paese fuori del rischio di una guerra civile rispose: «Il voto è segreto». La politica estera è la chiave della politica interna, è la seconda lezione di De Gasperi. La questione di Trieste, i viaggi in America, la NATO, la paternità dell’Europa unita. Gli italiani erano visti come ex nemici dalle nazioni vincitrici come la Gran Bretagna; avevano aggredito altre nazioni, come la Francia. L’America diventata il protettore del Belpaese e grazie ai capitali americani rifinanziava la sua rinascita.

De Gasperi aveva scelto la politica estera come il suo campo d’azione privilegiato. «Capì per primo in Italia che la politica estera viene prima di ogni altra cosa. Una lezione che tutti i presidenti del Consiglio della Repubblica hanno poi imparato a proprie spese: chi non la sa fare, o chi la trascura per provincialismo o magari perché non sa le lingue, chi sbaglia le alleanze o ha gli amici sbagliati, ha vita breve anche in patria». La vicenda di Trieste fu tra le più dolorose. I partigiani titoisti arrivarono ventiquattr’ore prima degli inglesi e imposero la loro legge ferrea, avviando la de-italianizzazione. In duecentocinquantamila furono costretti a lasciare la regione; diecimila vennero infoibati. Il Trattato di pace assegnò gran parte della Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia alla Jugoslavia e fu istituito il Territorio Libero di Trieste.

Mentre inglesi e francesi sostenevano le pretese austriache in Tirolo, fu Mosca a respingere la richiesta di Vienna, per punire l’Austria, l’anello mancante nella corona di Stati vassalli dell’Unione Sovietica. Polito nota come l’uomo che si era battuto ai tempi dell’Impero per difendere i diritti degli italiani di minoranza, seppe applicare gli stessi ideali alla minoranza tedesca dell’Alto Adige, garantendo uguaglianza di diritti agli abitanti di lingua tedesca ed autonomia. Gli alleati europei erano molto scettici riguardo all’inclusione di un Paese sconfitto nell’alleanza militare dei vincitori e l’opposizione interna delle sinistre fu formidabile, come ricorda Polito. De Gasperi fu l’ideatore della Comunità di Difesa Europea, ma l’idea di un esercito non si realizzò. A Parigi, De Gasperi cercava di diluire l’“anomalia tedesca” in un contenitore sovranazionale, sperando in una Germania europea per evitare l’incubo di un’Europa tedesca.

La sua visione era di imbrigliare le nazioni europee in regole e istituzioni comuni. De Gasperi propugnava un’associazione di sovranità nazionali basata su istituti costituzionali democratici. Un vero sovranismo, secondo Polito, consisterebbe oggi nell’ampliare la sovranità dell’Europa, non nell’intestardirsi a difendere la fragilità di quella nazionale. La terza lezione di De Gasperi: il rigore nella spesa pubblica è la condizione per la crescita economica. Con Amintore Fanfani, lo statista inaugurò il duello tra il partito della responsabilità fiscale e il partito della spesa. Già allora, la DC era divisa tra il “partito della responsabilità”, che temeva l’inflazione e il debito più di ogni altra cosa, e il “partito della spesa”, che invece temeva l’impopolarità più di ogni altra cosa. Orientò il paese sui binari del capitalismo e non del collettivismo o del corporativismo caro ai popolari sotto il fascismo.

Sul piano Marshall, come ricorda Polito, gli Stati Uniti stabilizzarono i campi della Guerra Fredda, garantendosi la rinascita di un grande mercato che potesse partecipare al sistema occidentale dell’economia aperta e alla comunità degli scambi. Riguardo alla fondazione dell’ENI, la guida venne affidata a Enrico Mattei, partigiano dc e imprenditore visionario, che riuscì a competere e a disturbare l’oligopolio delle Sette Sorelle. Sotto i governi De Gasperi vennero poi espropriati più di un milione di ettari di terra. La quarta lezione di De Gasperi: l’Italia non può avanzare senza il Mezzogiorno; la coesione nazionale è essenziale anche per lo sviluppo del Nord. Con la Cassa per il Mezzogiorno, il premier più settentrionale della storia repubblicana guidava il più massiccio investimento mai fatto al Sud. Il modello era la Tennessee Valley Authority. La resistenza alla Cassa veniva dai liberali che la vedevano come un’idea keynesiana.

Mentre gli oppositori comunisti e socialisti l’avrebbero chiamata “Cassa da morto del Mezzogiorno” o “Grancassa della DC”. Infine, la quinta lezione: un premier è veramente forte solo se i partiti sono deboli e le istituzioni forti, non il contrario. De Gasperi rappresenta l’unico vero premier forte della storia repubblicana, sostiene Polito. Ma il suo potere viene subito messo alla prova dalle correnti. Per rafforzare l’esecutivo, reso debole dalla “Costituzione monca”, provò la scorciatoia della riforma elettorale, criticata dalla sinistra come “legge-truffa”. Alle elezioni, la coalizione manca l’obiettivo della maggioranza assoluta per soli 57mila voti, pari allo 0,2 per cento. De Gasperi è sconfitto senza aver perso. Scrive l’autore: «I pericoli venivano da sinistra, perché la sfida del comunismo travalicava gli argini del confronto parlamentare tra maggioranza e opposizione per farsi scontro di ideologie, di culture, di concezioni della vita, confronto aspro nei luoghi di lavoro e nelle piazze».

Ma allo stesso tempo, i «pericoli venivano da destra perché, anche grazie all’intervento così pesante del Vaticano nella battaglia politica, restava aperta una prospettiva autoritaria […] e il rassemblement di tutti i moderati e gli anticomunisti sotto le bandiere della DC». Con il passare del tempo, la DC si era trasformata in un partito della nazione, una vasta coalizione interclassista che comprendeva una varietà di interessi sociali e orientamenti politici, uniti solo dalla comune avversione al comunismo. Furono proprio Giovanni Gronchi e Dossetti, i due massimi esponenti della sinistra interna, a opporsi a questo tentativo di limitare la forza delle correnti. La legge del 1953 non era affatto una truffa. Non aveva l’obiettivo di eliminare il sistema multipartitico o instaurare una forma di governo autoritario come la legge Acerbo. Ma De Gasperi e il ministro dell’Interno Mario Scelba decisero di porre fine alla vicenda.

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Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, classe 1997, MA in Relazioni Internazionali, BSc in Comunicazione, giornalista freelance, gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com

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