Alessandro Vanoli alle radici del significato di Occidente

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Ne L’invenzione dell’Occidente (Laterza 2024) Alessandro Vanoli si chiede dove e quando comincia l’Occidente. Come concetto ha radici profonde e oggi lo diamo per scontato. Siamo passati da una direzione geografica ed un’idea di appartenenza. Ma ci sono stati tanti Occidenti nella Storia. Uno atlantico, uno europeo, uno americano. Alessandro Vanoli ripercorre la Storia moderna alla ricerca delle radici del significato di Occidente. Si parte dall’Egitto e dal Nilo. Poi i punti cardinali tra Tigri ed Eufrate, nell’antica Mesopotamia, tra pianura e montagne. Dunque, all’Occidente nel mondo biblico. Poi il concetto per armeni e filistei. Spazio anche ai greci e al loro cosmo. I geografi greci, spiega Vanoli, finirono per convincersi che doveva esserci una sorta di equilibrio. Il centro dei continenti era rappresentato da Delfi; poi le colonne d’Ercole, confine mitico. Atene, dissero, era stata e sarebbe stata l’ultima soglia prima del caos dall’Asia.

Si giunge quindi ai romani, che costruivano una città, tracciavano le strade disegnando una rete ortogonale. I decumani si intersecavano perpendicolarmente con i cardines che scorrevano invece in direzione nord-sud. Con i Romani arriva l’alter ego dell’Occidente: l’Oriente. La separazione di Oriente e Occidente prendeva una sua forma diventando una realtà. Vanoli passa poi al concetto di Occidente nel Medioevo. Fondamentale variazione prodotta dalla religione cristiana: al centro dell’universo la terra, l’orbe. Al centro il Mediterraneo, il gran mare; attorno, a circondare le terre emerse, l’oceano. Nelle acque settentrionali, mercanti, viaggiatori e marinai fantasticavano su mondi inimmaginabili. Si fa cenno, poi, al concetto di Occidente nei contesti islamici. Nel Corano si menziona Allah come sovrano dei due occidenti e dei due orienti. Secondo Vanoli, l’Occidente propriamente detto si definì agli albori del Duecento, quando le città si sviluppavano grazie ai nuovi ceti mercantili e alle reti commerciali.

Genovesi, veneziani, olandesi, inglesi, fiorentini: tutti alla ricerca di nuove scoperte geografiche che fornirono ulteriori elementi per comprendere l’Occidente. Nuove isole spuntarono all’orizzonte: Azzorre, Madera, Canarie e Capo Verde. La bussola, presumibilmente inventata ad Amalfi, aggiunse nuovi elementi alla definizione di Occidente nel mondo. Per molti secoli, ricorda Vanoli, l’oceano è stato visto in molteplici modi. Un mare oscuro, uno spazio sconosciuto, un elemento che divideva i continenti e li collegava. Tuttavia, non era mai stato associato all’Occidente. Intorno al Trecento, molti iniziarono a chiamare l’Atlantico “oceano occidentale”. Alla fine del Quattrocento, vi erano tutte le condizioni per una traversata dell’Atlantico e la conquista di nuove terre. Complici, una maggiore comprensione dei mari, le innovazioni tecniche, la formazione di una rete internazionale di commercianti pronti a investire in avventure marittime. L’oceano era diventato uno spazio pensabile. L’autore ripercorre la storia di Cristoforo Colombo.

Con lui l’Atlantico odierno divenne europeo. Colombo persisteva nella convinzione che il paradiso terrestre potesse essere localizzato a Ceylon. Credeva che la Terra non avesse una forma sferica, ma a pera. Era certo dell’abbondanza d’oro in India. Per Vanoli, l’Occidente di Colombo è l’oceano. La narrazione continua con Vasco da Gama, Amerigo Vespucci, Ferdinando Magellano e James Cook. Vanoli argomenta che l’invenzione dell’Occidente non fu solo una questione europea nel Cinquecento. Però è allora che l’Occidente cominciò a delinearsi, con la stampa che emerse come strumento cruciale in questo processo. Si trasformò anche l’idea di Europa e di America. Nel Seicento, Francis Bacon menzionò gli europei, ma non era ovvio chi fossero. Secondo Vanoli, l’Europa che guardava oltre i propri confini, per timore o avversione verso un nemico esterno o per espansione, contribuì alla definizione dell’Occidente.

Nell’età moderna, il concetto di Occidente fu affrontato anche filosoficamente e letterariamente. Da Georg Wilhelm Friedrich Hegel a Lord Byron, da Mary Shelley ad Alexander von Humboldt, da Madame de Staël e Victor Hugo. L’Occidente, come lo intendiamo oggi, ebbe inizio con le colonizzazioni. Per molti, nell’Oriente dell’Ottocento si intravedeva una versione decaduta di una perfezione antica. L’Occidente come lo intendiamo oggi è sinonimo spesso di identità europea. Fu soprattutto nel periodo tra il 1820 e il 1850 che il concetto di Occidente si solidificò, assumendo significati che perdurano fino ai giorni nostri. Questa crescente percezione di Occidente era alimentata dal nuovo discorso politico, una visione spaziale che si amalgamava con la diffusione progressiva di idee razziali, fenomeno osservabile sia in Inghilterra che negli Stati Uniti.

Inevitabile non parlare di Germania e Russia, ma anche Francia e Russia. Gli sforzi di Pietro il Grande verso l’Europa illuminista per integrare il paese nella cultura e civiltà “occidentale”. Le campagne napoleoniche, il Congresso di Vienna, le visioni dell’“Oriente slavo” in contrapposizione rispetto all’“Occidente romano-germanico” fu alimentata dai sentimenti nazionalisti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Europa centro-orientale cadde sotto l’influenza sovietica. Arnold Toynbee spiegò che dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Europa era rimpicciolita. La Mitteleuropa scomparve. Il nuovo Occidente emerso dopo la Guerra Fredda si è espanso per ragioni politiche, strategiche e commerciali. Oggi, come scrive Vanoli, quando diciamo “mondo occidentale”, pensiamo agli Stati Uniti, all’Unione Europea, al Canada, all’Australia, alla Nuova Zelanda. Ma anche al Giappone e alla Corea del Sud. Quel periodo post-1989 vide il culmine del mondo occidentale a guida americana.

Se Francis Fukuyama prevedeva che l’affermazione definitiva della democrazia liberale segnasse l’ultima fase della storia, Samuel Huntington suggerì che invece iniziava uno scontro tra civiltà nel nuovo secolo delle identità religiose e dei nazionalismi. Oggi, Vanoli scrive che la crescente globalizzazione del mondo ha uniformato i nostri desideri, spingendo tutti verso aspirazioni simili. Il concetto di Occidente rimane diffuso. I conflitti degli ultimi anni stanno profondamente ridefinendo le strategie globali, cambiando le priorità e portando ad un abbandono dell’agenda cinese della nuova Via della Seta da parte dei paesi europei. Nonostante gli Stati Uniti mantengano ancora un ruolo di guida occidentale, molteplici attori rivendicano un ruolo nella politica globale. Dalla Cina alla Russia; dall’India all’Iran. E il sogno dell’era della globalizzazione di vedere gradualmente scomparire le frontiere si è rivelato un incubo.

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Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, classe 1997, MA in Relazioni Internazionali, BSc in Comunicazione, giornalista freelance, gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com

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