Il programma di Forza Italia è rimasto lettera morta

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In nome della libertà (Piemme 2024) di Paolo Del Debbio ragiona sull’eredità politica della figura centrale della cosiddetta Seconda Repubblica: Silvio Berlusconi, il fondatore di Forza Italia. Il giornalista si interroga su quale sia il lascito, ma soprattutto l’attualità del programma del 1994 del partito, che riporta in coda al volume. Analizza la forza delle idee del Cavaliere, il linguaggio chiaro e diretto, le intuizioni, le alleanze e le strategie. Il libro si apre con una appassionata prefazione di Marina Berlusconi, che presenta l’ultimo scritto inedito del padre. Ne ripercorre la genesi, poco prima della morte. Berlusconi ha scritto di getto la mattina del 12 giugno 2023 su quattro pagine il suo lascito (solo) ideale e di Forza Italia. «Non immaginavo, nessuno immaginava, che la fine fosse così vicina», spiega Marina.

«Forza Italia è il partito / del cuore, / Forza Italia è il Partito / dell’amore, / per i propri figli, / per i propri nipoti, / per tutti. / Forza Italia è il partito / che crede in Dio / e nel suo amore per tutti noi / […] il partito / che aiuta chi ha bisogno / […] il partito che dà / a chi non ha […]  / è il partito della casa che dovremmo avere tutti / […] il partito / del mondo senza frontiere, / del mondo che si ama, / del mondo unito e / rispettoso di tutti gli Stati […] / il partito della libertà / della democrazia, del / cristianesimo, / è il partito della / dignità, del rispetto / di tutte le persone, / è il partito del garantismo / della giustizia giusta».

Avrebbe detto il Cavaliere alla figlia prediletta: «Vedi, Marina, la vita è così: vieni, fai fai fai… e poi te ne vai», disse il Cavaliere. «Non so come riuscii a non scoppiare a piangere […]. Ormai lo capivo sempre più chiaramente, si apprestava a congedarsi dal mondo, era lui a consolare me […]. Mi resi conto che quello che stava scrivendo era il suo lascito ideale, il suo testamento». Il ricordo della presidente di Mondadori è molto privato. Nulla di inedito nello scritto, ritenuto dalla figlia «di una grandezza assoluta». E che riflette «La fragilità dell’uomo, ma, assieme, la grandezza di Silvio Berlusconi». Successivamente, Del Debbio, coinvolto nella redazione del programma di Forza Italia nel 1994, evidenzia il nucleo culturale che sta alla base dello stesso. Il focus è sulla rilevanza attuale di questo programma, sottolineando la persistenza, nonostante siano trascorsi trent’anni, della validità di intuizioni, idee, visioni politiche.

Secondo De Debbio, «Berlusconi ebbe l’intuizione, visionaria e giusta, che nella tradizione liberale italiana vi fossero i contenuti adeguati per quel tempo, i quali mantengono a tutt’oggi la loro validità […]. C’era un problema di linguaggio perché la cultura politica liberale era rimasta sempre patrimonio di alcuni e non era mai diventata una cultura popolare […]. L’intuizione di Berlusconi fu di trasformare il patrimonio liberale in qualcosa di comprensibile a tutti». L’autore passa in rassegna gli intellettuali che hanno contribuito alla formulazione del programma. Gianni Baget Bozzo: sacerdote, teologo e pensatore politico. Mario Alessandro Cattaneo: filosofo del diritto, allievo di Renato Treves e Norberto Bobbio. Gianfranco Ciaurro: esperto di riforme istituzionali e docente di dottrina dello Stato. Alessandro Corneli: docente di storia delle relazioni internazionali e geopolitica. Pio Marconi: professore emerito di sociologia del diritto. Gianni Marongiu: esperto in diritto tributario e a lungo docente di diritto tributario.

Antonio Martino: uno dei pochi economisti liberisti italiani, allievo di Milton Friedman. Piero Ostellino: commentatore sul Corriere della Sera, di cui è stato anche direttore responsabile. Marco Pannella: di orientamento liberale, laico e libertario, l’unico politico vero all’interno di questo gruppo di intellettuali. Sergio Ricossa: il più importante economista liberale italiano del Dopoguerra. Carlo Maria Santoro: docente di relazioni internazionali. Giuliano Urbani: politologo e professore di scienza politica e fondatore dell’Associazione per il Buon Governo. Giorgio Vittadini: professore ordinario di statistica. Del Debbio esplora anche il nocciolo culturale liberale del programma di Forza Italia. Si parte dal 1989, con il crollo del sistema sovietico che liquidò la cultura di sinistra dominante anche in Occidente. «Il marxismo fu una religione, una cultura, uno Stato, un esercito, un impero e il Novecento è il secolo del marxismo». Tuttavia, non fu il PCI a crollare con il Muro, bensì gli altri partiti.

La crisi iniziò nella DC, devastata dalla lotta delle correnti. Fu l’epoca dei referendum e dell’emergere della Lega Nord. Ma soprattutto, fu l’inchiesta Mani Pulite a scuotere le fondamenta, liquidando i partiti di governo. In mezzo a questo caos, Berlusconi intuì che se non si creava un’unione capace di competere con la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, la sinistra avrebbe vinto. Così, con una brillante intuizione politica, Berlusconi costruì Forza Italia e creò due alleanze. Al Nord con la Lega – il Polo delle Libertà – e al Centro-Sud con il MSI – Polo del Buon Governo. Berlusconi diede vita al centrodestra e rese accettabile la parola “destra”. Forza Italia, scrive Del Debbio, si ispirava al movimento dei cattolici, al socialismo democratico, al liberalismo risorgimentale e novecentesco e al repubblicanesimo storico. La cultura liberale in Italia è sempre stata elitaria, a differenza della cultura cattolica, comunista o socialista.

Tra gli esempi alla base del programma, vi erano il liberale Luigi Einaudi, il socialista liberale Carlo Rosselli, il cattolico liberale Don Luigi Sturzo e il socialista cattolico liberale Ezio Vanoni. Per Einaudi, la libertà economica era indivisibile dalla libertà civile e politica. Rosselli credeva che liberalismo e socialismo dovessero unirsi. Sturzo difese con forza la libertà individuale rispetto allo Stato. Vanoni propose un sistema progressivo che chiedeva ai cittadini di contribuire in base alla propria capacità. Del Debbio dà sfogo anche alla sua formazione filosofica e discute attorno alla libertà. «La libertà di è la libertà di fare, di intraprendere, di dare spazio, fiato, futuro alla propria creatività […]. La libertà da è, in sostanza, la libertà dai bisogni, dalla povertà, dalla paura, dall’insicurezza». Contro il consociativismo cattocomunista Del Debbio contrappone Einaudi: «Il mercato risponde alla domanda, non ai bisogni».

L’autore esamina le linee guida del programma di Forza Italia del 1994, focalizzandosi sulla politica fiscale, sull’importanza del lavoro come risposta principale alle necessità, sul concetto di welfare come trampolino di lancio anziché come amaca, sulla libertà dei cittadini dalla paura, sul garantismo giuridico, sull’armonizzazione delle esigenze ambientali con quelle economiche e sulla politica estera italiana. Ma anche l’idea e gli ideali di libertà. «L’idea di libertà è legata al concetto di persona e dei suoi diritti, diritti di libertà. Questo intreccio tra persona, diritti e libertà fa sì che questa idea, pur nel variare delle situazioni, della storia e del tempo, non invecchi. La persona, infatti, è la fonte dei diritti stessi e la libertà è il diritto dei diritti, quello che consente a tutti gli altri di essere esercitati. Questo vale sia per la libertà di: impresa, associazione […], sia per la libertà da: bisogno, paura, ingiustizia».

La dimostrazione che il programma di Forza Italia è rimasto lettera morta è il fatto che pochissime delle proposte sono state attuate. La situazione attuale dell’Italia ne è una prova evidente: aumenti delle tasse, maggior burocrazia, perdita di rilevanza internazionale, un sistema di welfare indebolito, diffuso parassitismo e corruzione, un’economia statalista e poco competitiva, e precarie condizioni di lavoro. Del Debbio non lo dice e forse non lo ammetterebbe mai, sebbene il dato storico sia appurato, ma se Berlusconi e i suoi governi avessero attuato anche solo una frazione delle proposte fatte trent’anni fa, l’Italia si troverebbe in una situazione molto diversa da quella attuale. Tuttavia, c’è la speranza che si possa ancora ripercorrere la strada verso una democrazia liberale consolidata, con uno Stato moderno e snello, una cittadinanza responsabile e un apparato pubblico al servizio dei cittadini.

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Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, classe 1997, MA in Relazioni Internazionali, BSc in Comunicazione, giornalista freelance, gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com

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