La vita romanzata di Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine

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Il carnefice (Mondadori 2024) di Antonio Iovane è un incrocio tra un romanzo e un’inchiesta. Ripercorre la storia di Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine, dal matrimonio con Alicia Stoll nel 1938, alla morte l’11 ottobre 2013. Priebke ha sempre avuto rapporti privilegiati con l’Italia e non solo perché sapeva bene l’italiano. Aveva anche fatto da traduttore e interprete a Benito Mussolini durante la conferenza di Monaco. La Notte dei Cristalli, le Leggi di Norimberga: tutto sembrava non scuoterlo. Priebke si mostrava indifferente all’orrore che lo circondava, aggrappandosi al motto delle SS: “Meine Ehre heißt Treue”. Amava l’Italia e il contatto con i potenti, tanto che riuscì ad ottenere un’udienza privata con Papa Pio XII. Ma il 25 luglio 1943 il mondo di Priebke fu scosso. Da Berlino gli fu ordinato il rimpatrio, ma non prima di aver portato Galeazzo Ciano e la sua famiglia in Germania.

Il conte era agli arresti domiciliari per aver votato per la destituzione di Mussolini al Gran Consiglio. Il 18 dicembre 1943, i partigiani lanciarono una bomba al cinema Barberini, uccidendo otto soldati tedeschi. Il feldmaresciallo Albert Kesselring ordinò rappresaglie. Tuttavia, l’evento cruciale avvenne il 23 marzo 1944, dopo l’attacco con bombe contro una colonna di polizia tedesca in transito in Via Rasella. Il comando tedesco reagì furiosamente e l’incarico di organizzare le rappresaglie fu affidato proprio a Priebke. Il 24 marzo, circa ottanta persone furono condotte alle Fosse Ardeatine. Le esecuzioni si svolsero sotto gli occhi di Priebke. Che si rivolse al vescovo Alois Hudal, che lo assistette nella fuga in Argentina. Erich Priebke non avrebbe fatto la fine del superiore Herbert Kappler, condannato all’ergastolo, a cui Dino Buzzati dedicò un racconto onirico. Kesselring invece fu giudicato a Venezia nel 1947 per crimini di guerra.

Priebke si aggiunse alla lista della ratline insieme con l’esperto delle questioni ebraiche Adolf Eichmann, l’ustascia Dinko Šakic, il responsabile del ghetto di Riga Eduard Roschmann, il medico di Auschwitz Josef Mengele, il militare tedesco più decorato della guerra Hans-Ulrich Rudel, il comandante SS Josef Schwammberger e il dittatore dello Stato indipendente di Croazia Ante Pavelić. In Bolivia andò il macellaio di Lione Klaus Barbie, in Siria il comandante del campo di Drancy Alois Brunner, in Brasile il comandante di Sobibór Franz Stangl, il suo vice Gustav Wagner, l’aviatore Herberts Cukurs. In Egitto il medico SS Aribert Heim, in Cile Walter Rauff, coinvolto nello sviluppo delle gas-mobili. La nave San Giorgio, con Priebke e la moglie a bordo, lasciò Genova senza incontrare controlli a Gibilterra. Priebke, sollevato, pensava che potesse davvero ricominciare tutto. Dopo uno scalo alle Canarie e a Rio de Janeiro, arrivò a Buenos Aires nel 1948.

Iovane passa poi al processo in Italia del 1994. L’imputato entrò in aula, l’udienza era a porte chiuse. Presenti solo Priebke, i giudici, gli avvocati e i cancellieri. Nel 1996 la Corte costituzionale si pronunciò: i parenti delle vittime devono potersi costituire parte civile. Così, per la prima volta nella storia dei procedimenti giudiziari per crimini di guerra, le famiglie delle vittime si costituiranno parte civile. La difesa di Priebke fu prevedibile: non poteva rifiutare un ordine; doveva obbedire. In un clima di guerra, era necessario rispondere a una giustizia molto severa, spiegò. Il rabbino capo di Roma Elio Toaff fece infuriare la comunità ebraica quando suggerì che qualora Priebke fosse condannato, avrebbe dovuto scontare la pena ai domiciliari. Non vogliamo essere troppo duri con un uomo ottantenne, ma ci aspettiamo una sentenza che faccia giustizia, spiegò. “Norimberga all’amatriciana”, titolò l’Espresso.

Priebke, difeso da Carlo Taormina, finì agli arresti per la richiesta di estradizione della Germania, poi negata. Davanti ai giudici, Taormina sostenne che il processo non doveva aver luogo in quanto c’era già stata la sentenza del 1948, quella di Kappler, che ha portato all’assoluzione di cinque sottoposti. Ma il tribunale stabilì che Priebke avrebbe dovuto disobbedire a quell’ordine illegittimo. Indro Montanelli scrisse a Priebke dopo la sua condanna, esprimendogli solidarietà. Nel 1998 Priebke tornò in aula. Lesse otto pagine e fu condannato ai domiciliari, per via dell’età avanzata. Nel 1999, a cinquantacinque anni dall’eccidio, la signora Stoll scrisse a Oscar Luigi Scalfaro, chiedendo la grazia per il marito come «un gesto di umanità». Poi al Quirinale arrivò Carlo Azeglio Ciampi, al quale Priebke stesso chiede la grazia. Ma, sottolineò Ciampi «non credo che tutti i familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine condividano la grazia per Priebke».

Iovane ha parlato con Bruno Sokolowicz di Radio1, autore di un’intervista a Priebke. Gli chiese se avrebbe rifatto tutto. «È facile fare una domanda così, non posso rispondere oggi su cosa farei e cosa non farei». E gli chiede cosa si aspettasse dallo Stato italiano. «Spero di essere libero un giorno per poter abbracciare la mia moglie che vive malata in Argentina, chiedo la mia libertà». Quando Sokolowicz se ne andò, Priebke gli regalò la sua autobiografia, Vae victis: «Al mio amico Bruno Sokolowicz». Il 9 agosto 1944, Alicia morì a Bariloche. Allora Priebke aveva novantun anni. Sbrigava da sé le faccende domestiche. Lavava i pavimenti, stirava e cucinava. Il suo video testamento è impressionante. Descrisse la storia della Shoah come una sceneggiata, i lager come set. «Nei campi di concentramento non c’erano camere a gas ma solo immense cucine». Non si era pentito.

In un libro importante ed esaustivo, I volonterosi carnefici di Hitler, Daniel Goldhagen ha analizzato le deposizioni e sostiene al contrario che è principalmente l’odio antisemita, trasformato in ideologia e sedimentato dall’epoca della Riforma. Importanti le conclusioni di Iovane. Cosa insegna il caso di Erich Priebke? «Io temo che sia proprio alla base della catena di comando che si annida il Male, il Male non è l’aguzzino ma colui che si rifugia tra la folla degli esecutori, dei meschini, dei vigliacchi, il Male sa nascondersi, mimetizzarsi, agire sotto copertura. Il Male è Priebke non per la sua spietatezza, Priebke è freddo ma non è spietato, non si sveglia la mattina sparando agli ebrei dal terrazzo della sua abitazione nel campo di concentramento, non è felice di uccidere, se Priebke è il Male lo è perché […] Priebke potrei essere io».

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Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, classe 1997, MA in Relazioni Internazionali, BSc in Comunicazione, giornalista freelance, gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com