Finalmente ecco Jiří Weil sulla Praga occupata dai nazisti

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Dopo sessantatré anni, Sul tetto c’è Mendelssohn (Einaudi 2023) di Jiří Weil è stato finalmente tradotto anche in italiano. Ambientato nella Praga occupata dai nazisti, nel romanzo ironia e tragedia si intrecciano in uno stile apprezzato anche da Philip Roth che considerava Weil un grande scrittore. Le vicende narrate trovano il filo conduttore nella storia dell’autore, nato in Boemia nel 1900, figlio di ebrei ortodossi. Nel 1937 Weil pubblicò il suo primo romanzo La frontiera di Mosca, che ottenne un buon successo. Inizialmente comunista, dopo un viaggio in Russia criticò i processi politici e trovò lavoro al Museo ebraico. Nella Praga occupata dai nazisti Jiří Weil simulò il suicidio nella Moldava e visse nascosto per anni. Il libro (uscito nel 1960 in ceco) è complementare a Una vita con la stella, edito da Rizzoli nel 1992.

L’edizione è curata da Giuseppe Dierna, che ricorda come Einaudi sia la casa editrice italiana prediletta dagli scrittori cechi – tra cui Bohumil Hrabal, Vladislav Vančura e Jaroslav Hašek. Tutti legati dal senso dell’ironia e dell’umorismo. L’episodio che dà il titolo al libro è quello in cui il protettore Reinhard Heydrich ordinò di rimuovere la statua di Felix Mendelssohn, compositore tedesco di origine ebraica, dal tetto del Conservatorio di Praga. Ma l’impiegato del Comune, aspirante SS, non sapeva nulla di musica e non trovava la scritta “Mendelssohn” ai piedi delle statue. Heydrich avrebbe certamente riconosciuto il compositore romantico, ma nessuno avrebbe osato chiederglielo. «Fate un altro giro delle statue e osservate con attenzione i loro nasi. Quella col naso più grosso, quello è l’ebreo». Detto fatto, l’impiegato buttò giù la statua col naso più grosso. Che però era Richard Wagner

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«La terra ignominiosamente chiamata Protettorato era una piccola terra con piccoli piaceri e piccole gioie. Poiché le persone dovevano pur vivere, e proprio perché erano oppresse da ogni parte, sottoposte a restrizioni, spedite nel Reich al lavoro coatto, imprigionate e ammazzate secondo l’arbitrio degli intrusi, allora cercavano piccoli godimenti». Il romanzo di Jiří Weil alterna momenti satirici – l’inizio del libro – con quelli tragici – la fine, al momento delle deportazioni degli ebrei nei Lager. Nel libro si parla di musica, delle famiglie praghesi, delle indecisioni degli abitanti. Wolfgang Amadeus Mozart suonò il suo “Don Giovanni” per la prima volta a Praga. Vale a dire, quando la città «ancora sonnecchiava ai tempi della stagnazione austriaca: anche adesso sonnecchia, sì, ma del sonno del cadavere sotto il tallone del vincitore. Un giorno, però, si desterà come città tedesca, e allora anche qui risuonerà una musica diversa».

Il libro ripercorre anche l’arrivo di Heydrich. Mai più opere di compositori ebrei dovevano essere presentate alla sala del Rudolfinum! Il compito di Heydrich era semplice: «Deve cercare di eseguire i suoi ordini nel più breve tempo possibile: annientare questa terra, terrorizzare i suoi abitanti per trasformarli in passivi robot del Reich, estirpare tutti i nemici, ripulirla dagli ebrei». Il protettore abitava a Nord della città, a Panenské Brežany. La mattina lavorava al Castello che dà sulla Città Vecchia. Nel romanzo non mancano riflessioni storiche sulla situazione nelle terre ceche occupate. «Praga era stata un tempo il bastione dell’ebraismo, gli ebrei vi avevano vissuto […] per un […] millennio, perché i cechi non avevano lo stesso istinto razziale dei tedeschi che già fin dall’inizio del Medioevo avevano cercato di sbarazzarsi degli ebrei».

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Non mancano i riferimenti ad altri personaggi realmente esistiti. Da Konstantin von Neurath a Karl Hermann Frank. Riportato anche l’incontro tra Heydrich al Castello con Emil Hácha, presidente di Stato fantoccio, che gli consegnò alla cattedrale di San Vito le chiavi del tesoro dei re boemi. I dialoghi sono di fantasia, ma non lontani dal vero. Gli studenti tedeschi chiamavano giustamente Praga “la città d’oro”, dice Hácha. Per fortuna che Hermann Göring non la fece bombardare. «Finita la guerra costruiremo una nuova Berlino», ribatté Heydrich. I preparativi dell’operazione Anthropoid, le deportazioni a Theresienstadt. Nel romanzo si fa anche riferimento alle numerose rappresaglie dei tedeschi nei confronti della popolazione civile locale. La Gestapo sapeva che i ferrovieri cechi facevano di tutto per ostacolare i loro piani di repressione. Eppure, i convogli erano diretti al lager; e poi ad Est. Vi salirono su migliaia di persone.

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Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, classe 1997, MA in Relazioni Internazionali, BSc in Comunicazione, giornalista freelance, gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com