fbpx

Da Duce a vassallo di Hitler: cronache dalla fine del Fascismo

0 Condivisioni

Ezio Mauro racconta la fine del Fascismo in Italia partendo dall’ordine del giorno Grandi che portò alla caduta – La caduta (Feltrinelli 2023) è il titolo dell’opera – del regime di Benito Mussolini. La sfiducia al Duce non fu solo un’idea di Dino Grandi e Giuseppe Bottai. Fu piuttosto il risultato di anni di guerra e sbandamento nel Paese. Lo stesso Mussolini, lo si è detto più volte, sembrava essersi stancato della sua posizione. Mauro parla delle autoipnosi del Duce sulle attitudini militari degli italiani. In particolare, sulle capacità operative delle forze in campo come elementi cruciali che portarono alla caduta del Fascismo. La Camera era fuori gioco e lo Statuto prevaricato da anni. Il 25 luglio 1943 sembrava una domenica ordinaria. Quella di un paese in cui si cercava disperatamente una via d’uscita da un conflitto devastante. Pietro Badoglio assunse la leadership dell’esecutivo, mentre Mussolini lasciava Villa Savoia su un’ambulanza.

In poche ore, il suo mondo fu capovolto. Mauro narra la fine del Fascismo come se fosse una spy story, con Mussolini che impegnato solo a salvare la propria pelle. La rivolta del Partito e del Gran Consiglio aveva spazzato via ogni disciplina e gerarchia in un paese ignaro dei giochi di potere al vertice dello Stato. Tuttavia, c’erano coloro che non volevano tagliare i ponti con i tedeschi, come Roberto Farinacci. Che dichiarò: «La dittatura di Mussolini è una farsa e il Fascismo è diventato un regime di femmine e preti». Mauro fornisce il contesto che aiuta a capire la fine del Fascismo. Negli ultimi anni, infatti, le critiche interne incrementavano. Ai vertici del regime, ognuno sembra pensare solo a sé stesso. Grandi coltivava l’idea che se Mussolini venisse eliminato, egli avrebbe potuto prendere il suo posto. Emilio De Bono si sentiva addirittura in corsa come quadrumviro anziano.

Galeazzo Ciano (genero di Mussolini) sentiva di giustificarsi in merito alle voci secondo cui sarebbe diventato il nuovo Duce. In quel fatidico 25 luglio 1943, tutto sembrava sfuggire al controllo in un sistema che non poteva più reggere. L’ambasciatore a Berlino, Dino Alfieri, avvisò Mussolini che i tedeschi non intendevano difendere l’Italia. Prevedevano di utilizzare questo fronte solo per rallentare l’avanzata nemica. Giuseppe Bastianini, sottosegretario agli Esteri, suggerì la possibilità di un contatto con gli inglesi per avviare dei negoziati. Ma il Duce non riuscì a far valere le sue ragioni con Adolf Hitler, che nei loro incontri guidava la conversazione e lo faceva sempre più una marionetta. Anche Vittorio Emanuele III si era rassegnato al fatto che la Sicilia era ormai persa, così come la disciplina delle truppe. Mauro esplora il rapporto tra Mussolini e il sovrano.

Leggi anche: Ma come era fatto un manuale scolastico fascista?

Nell’iconografia ufficiale, il Re è sempre stato relegato in secondo piano. Nonostante questo, Mussolini non incontrò mai, per vent’anni, alcuna posizione contraria del sovrano. Pur essendo il Re e il Duce molto diversi, tra loro s’instaurò un dialogo e talvolta anche un’intesa. Nel giugno 1938, il re e la regina visitano la casa di Predappio, trattandola come se fosse un santuario di Stato. Fino all’ultimo momento, nel luglio 1943, il Duce non credeva nella ribellione del Re. Poco prima dell’OdG Grandi, Mussolini fissava i suoi uomini. De Bono, settantasettenne, prese la parola. «Dissento interamente dal giudizio dato dal Capo del governo sulle pretese responsabilità dell’esercito […]. Come si può pretendere che le nostre truppe, tutt’ora armate con l’antico fucile modello ’91 […] possano arrestare i carrarmati dell’VIII Armata britannica?». Farinacci difese i nazisti e incolpò i generali italiani. «I nostri generali hanno costantemente sabotato la guerra e l’alleanza italo-tedesca».

Ma l’affondo finale arrivò da Grandi. «Il Capo del governo ci ha parlato di imperdonabili errori dei vertici militari che egli stesso personalmente comanda: ma ha avuto ben diciassette anni per creare, formare, preparare, selezionare le forze armate». Secondo Grandi, la fine del Fascismo era riconducibile a Mussolini stesso, che uccise il fascismo originario, creando una frattura insanabile tra nazione e partito. Anche Ciano era favorevole alla linea Grandi. Mussolini respinse l’OdG, ma sperava di tirare fuori un altro coniglio dal cilindro. Alla fine venne sfiduciato dalla maggioranza dei suoi uomini. Caduto il Duce, per Badoglio la vera preoccupazione era come svincolare l’Italia dal conflitto. Il primo telegramma a Hitler volle essere di rassicurazione: «Führer, la guerra per noi continua nello stesso spirito dell’alleanza». D’altra parte, gli Alleati non capivano cosa aspettasse il nuovo governo, non più fascista, a riorientarsi contro Hitler.

Il Führer non si rassegnò alla perdita di Mussolini. Studiò altresì due piani. Il primo, nome in codice “Student”, per catturare in Italia i traditori del Capo del fascismo, occupando il territorio nazionale con un governo amico. Il secondo, “Eiche”, puntava ad un colpo di mano militare per liberare Mussolini. La rete che la Gestapo in Italia stava lavorando per scoprire dove fosse imprigionato il dittatore. È per questo il luogo di detenzione del Duce cambiava continuamente. Quando lo stavano portando a Ponza, l’isola che lui stesso aveva trasformato in un luogo di confino per gli oppositori politici, tra cui il primo segretario del Partito Comunista, Amadeo Bordiga, sembrava rassegnato. Le misure liberticide per i suoi avversari ora si applicavano a lui. Quando il Re fuggì a Brindisi, il paese era stremato. Scioperi, agitazioni, manifestazioni contro la guerra. Dopo l’annuncio dell’armistizio l’8 settembre, Badoglio scrisse a Hitler.

Leggi anche: Alpinismo e fascismo: le montagne in camicia nera.

«Assumendo la direzione del governo italiano la mia prima decisione fu quella di continuare la guerra. Malgrado tutti gli sforzi, le nostre difese sono crollate. […] L’Italia non ha più forze di resistenza. […] La sua rete di comunicazione è sconvolta. Le sue risorse esauste». Quindi «il governo non è più in grado di assumere la responsabilità di continuare una guerra che è già costata all’Italia, oltre alla perdita del suo impero coloniale, la distruzione delle sue città, delle sue industrie, della sua marina mercantile, della sua rete ferroviaria». Poi la frase chiave: «Non si può domandare a un popolo di continuare a combattere quando ogni legittima speranza di vittoria o di difesa non esiste più». Dunque, la conclusione: «L’Italia per evitare la totale rovina si sente costretta, pertanto, a domandare l’armistizio al nemico». Sembrava quasi una domanda di grazia. Come se l’Italia si affidasse alla misericordia di Hitler.

Mussolini venne liberato dal capitano delle SS Otto Skorzeny e convocato a Rastenburg da Hitler. «Ero convinto che il Führer mi avrebbe dato questa prova di amicizia», disse Mussolini a Campo Imperatore. Alla Tana del Lupo, il Duce temeva che il suo mal di stomaco fosse diventato un cancro. Hitler parlò di una «Repubblica fascista italiana». Fascista no, obiettò Mussolini, meglio “sociale”. «Il Fascismo è superato». Fu così che Mussolini tornò alle radici socialiste. «Sarete così, come lo sono io, contemporaneamente Capo dello Stato e Capo del nuovo governo», continuò Hitler. Alessandro Pavolini divenne il segretario del nuovo Partito Fascista Repubblicano. Tornato in Italia, Mussolini accusò Casa Savoia della fine del Fascismo. Il nuovo Stato, proclamò Mussolini, doveva riprendere le armi a fianco della Germania. «Perché solo il sangue può cancellare una pagina così obbrobriosa» ed eliminare i traditori.

Il 16 ottobre 1943 era Shabbat. Cento SS penetrano nel Ghetto di Roma alle cinque del mattino. L’intero ghetto doveva svuotarsi, tutti devono salire sui camion tedeschi. La Resistenza nacque così, spontaneamente. Da operai, studenti, borghesi, soldati, intellettuali. Il padrone in Italia era Hitler. E Mussolini era consapevole della sua sovranità limitata. La figlia Edda Mussolini credeva di avere un’arma di scambio per salvare il marito, condannato a morte. I famosi diari. I tedeschi li volevano in ogni caso per leggere i segreti del Quirinale, l’antipatia di Ciano nei confronti della Germania, i pensieri sinceri del Duce. Nell’ultimo incontro in carcere, Ciano convinse Edda a rifugiarsi in Svizzera coi figli. E lei scrisse ancora a Hitler, inutilmente. Poi un’ultima lettera al padre. «Tu vuoi che io mi sovrapponga alla magistratura, ma ciò è pretendere l’impossibile», replicò Mussolini.

0 Condivisioni

Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, classe 1997, MA in Relazioni Internazionali, BSc in Comunicazione, giornalista freelance, gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com

Optimized by Optimole