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L’Africa, incompresa e sorprendente, è terra del futuro

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Il libro di quest’anno di Federico Rampini è sull’Africa: La speranza africana (Mondadori 2023) racconta di come questo continente eterogeneo, incompreso e sorprendente occuperà sempre più spazio a livello geopolitico. L’autore non ha dubbi: il nostro futuro si giocherà in Africa. Baricentro demografico del pianeta (l’Europa ha 750 milioni di abitanti, l’Africa quasi il doppio), è lì che si concentrerà la crescita di questo secolo. Rampini è cosciente degli stereotipi occidentali a proposito del continente. Il modello degli aiuti (sponsorizzato dall’Occidente) è fallito (causa dipendenza e corruzione), così come sono fallite le dittature socialiste e gli statalismi. Sbagliamo quando descriviamo il continente come “oggetto” di manovre altrui. L’Africa è grande, importante, sfaccettata; di certo non assoggettabile come continente. La regione più diversificata del pianeta ha tre record: la popolazione che cresce più rapidamente, la popolazione più giovane e la popolazione che si sta urbanizzando più velocemente.

L’Africa, spesso erroneamente considerata un “buco nero”, è più grande della Russia e comprende Stati Uniti, Cina e India messi insieme. Dovremmo superare la visione per cui l’Africa è solo conflitti, guerre civili, povertà, corruzione, malattie. Essa è sì luogo di estreme contraddizioni, ma la facile narrazione della “conquista cinese” non rende giustizia alla sua complessità. L’Africa è anche il luogo di una nuova imprenditorialità che ha raggiunto notevoli successi, come dimostrato dall’ascesa socioeconomica e dal successo dei nuovi immigrati africani in America. Questi successi sfidano l’idea diffusa di un’America caratterizzata dal razzismo sistemico. La Cina ha investito ingenti risorse nel continente, pari a circa mille miliardi di dollari in infrastrutture. Le infrastrutture pubbliche in Africa, come sottolineato da Rampini, spesso si rivelano inefficienti e dannose per l’ambiente. Attratti dalle opportunità offerte dal Far West africano, si stima che un milione di imprenditori cinesi siano in Africa.

L’Occidente tende a focalizzarsi principalmente sugli aspetti negativi della presenza cinese, denunciando sfruttamento, razzismo, abusi sui lavoratori e danni ambientali. «L’Africa ci interessa se possiamo compatirla, usarla per eccitare i nostri complessi di colpa», scrive Rampini. «La pressione migratoria esiste, ma dovremmo smetterla di descriverla come una calamità irresistibile, irrefrenabile». L’autore si addentra nella complessità dell’Africa, guidato da un principio semplice: l’Africa non è un’unica nazione, nonostante sia spesso trattata come un blocco omogeneo. Rampini affronta argomenti come il progresso nella scolarizzazione femminile, che contribuisce a migliorare la situazione del continente, dunque l’urbanizzazione che trasforma campagne in metropoli. Le città come Lagos, Nairobi, Il Cairo, Johannesburg, Addis Abeba e Kinshasa incarnano questa trasformazione. Tuttavia, l’Africa rischia di perdere i suoi giovani talenti in un esodo verso altre regioni. Molti di loro hanno scelto l’Europa come meta. Sussiste una significativa presenza di africani in Francia.

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Un altro argomento affrontato nel libro è il Covid-19, che ha avuto un impatto meno devastante sull’Africa rispetto al resto del mondo, grazie alla giovane età della popolazione. Rampini sottolinea che questa buona notizia per l’Africa è stata ignorata in Occidente. «L’Africa ci interessa solo per le sue tragedie. Vogliamo occuparcene solo se rientra nel ruolo che le abbiamo assegnato: in quanto epicentro della miseria e sofferenza umana, continente devastato da conflitti armati e guerre civili, nuova frontiera del jihadismo, terra di conquista per il neocolonialismo occidentale o più di recente cinese, bacino di migranti disperati». L’Africa è altresì famosa per le sue ricchezze naturali, la cui estrazione divenne l’attività predominante dei colonizzatori: dai minerali al caucciù, dall’olio di palma al caffè, dal cacao al tè. I movimenti di indipendenza degli anni Cinquanta e Sessanta promisero una ristrutturazione profonda delle economie locali, come sottolineato dall’autore.

Per almeno un decennio dopo l’indipendenza, molti Paesi africani conobbero un notevole sviluppo economico. Prima del miracolo asiatico, si parlò di miracolo africano. «L’indipendenza degli Stati africani fu segnata da diverse lune di miele memorabili: tra i leader e i loro popoli; tra le nazioni africane unite nell’euforia; spesso ci fu anche una buona relazione con le potenze ex coloniali. Una nuova generazione di leader, quasi sempre giovani, prese il comando delle proprie nazioni. Avevano popolarità, energia, entusiasmo, progetti ambiziosi». L’indipendenza è stata accompagnata da un boom economico e le materie prime africane raggiusero prezzi storici. Si parlò di una “scoperta dell’Africa”. Da parte sua, Martin Luther King dall’America sembrava rafforzare questo mito. Tuttavia, «molti dei nuovi leader di governo non solo abbracciarono lo statalismo, ma scelsero la versione socialista predicata a Mosca o a Pechino, giustificandosi con la necessità di liberarsi da ogni residuo del capitalismo coloniale».

Dunque, «prese piede una narrazione secondo cui l’Africa aveva il socialismo nella sua tradizione: la proprietà comunale delle terre; il carattere egualitario della vita nei villaggi; i sistemi di decisione basati sulle consultazioni collettive; le reti di obblighi sociali verso la comunità». E ancora: «Il compito più arduo per i nuovi leader africani era quello di fondere una varietà di popoli diversi, con lingue diverse e stadi di sviluppo molto differenziati, dentro il corpo delle nazioni. I nuovi Stati africani non avevano dietro di sé delle nazioni. Non possedevano un collante etnico, sociale, ideologico, non avevano delle identità storiche da usare come fondamenta. […] Una volta ottenuta l’indipendenza, erano tornate in primo piano altre obbedienze e ambizioni. Politici ed elettori ripiegarono sulla solidarietà etnica. Per i politici era la strada verso il potere. Per gli elettori era la speranza di ottenere una fetta della torta statale».

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Gli esperimenti della prima fase socialista si concludono in fallimenti, senza eccezioni. Gamal Abdel Nasser rappresentò uno dei primi esempi di un leader che usa il carisma per edificare un regime basato sul comando personale. In Guinea, Sékou Touré instaurò un culto della personalità, facendosi adorare come esperto in svariati campi, dalla scienza all’agricoltura, dalla filosofia al calcio. In Tunisia, il presidente Habib Bourghiba dichiarò: «Il sistema sono io». Il processo di statalizzazione e socialistizzazione del continente ebbe un impatto significativo, contribuendo a renderlo dipendente dagli aiuti esterni. Con lo scioglimento dell’Urss, sono venuti meno anche gli aiuti militari e finanziari. Gli anni Novanta sono stati caratterizzati da discussioni sul “decollo africano”, ma si è trattato di un’altra partenza falsa. Ciononostante, si sono registrati miglioramenti sotto diversi aspetti: meno conflitti armati e colpi di Stato ridotti, governi democratici. Durante questo periodo, si sono intensificati i rapporti con Brasile e Cina.

D’altra parte, i rapporti tra l’Occidente e l’Africa rimangono tesi, influenzati in parte dalla questione coloniale. Nel marzo 2023, Kamala Harris è stata mandata in missione per ricostruire l’influenza americana nel continente e contrastare l’influenza della Cina, che sta intensificando i suoi sforzi nel Sud globale. Tuttavia, l’iniziativa americana di rilancio si è scontrata con problemi legati ai cosiddetti gender rights, che includono i diritti delle minoranze sessuali: in molti Paesi africani, sono state approvate o sono in corso di approvazione leggi restrittive. Paesi come Kenya e Uganda sostengono che la campagna Lgbtqia+ dell’Occidente può essere una “seconda colonizzazione”, con l’accusa che l’obiettivo sia promuovere l’omosessualità per ridurre la popolazione africana. In passato, sotto Robert Mugabe in Zimbabwe, si sostenne che l’omosessualità fosse anti-africana e importata dai bianchi. Nel libro si affronta anche il tema dell’energia in Africa, con attenzione ai minerali per le batterie essenziali per le auto.

Il continente africano solleva la necessità di un approccio ambientalista rispettoso dei Paesi meno sviluppati, piuttosto che concentrarsi su utopie dei giovani più benestanti. La mancanza di accesso all’elettricità rappresenta oggi un aumento dell’inquinamento in Africa. Rampini esplora anche la situazione della Nigeria, la nazione più popolosa del continente con 225 milioni di abitanti e una delle più grandi democrazie mondiali. La Nigeria conta 350 gruppi linguistici diversi e pratica diverse religioni ancestrali. È stata la prima nazione africana a vantare un vincitore del Nobel per la letteratura, ha Nollywood e un settore teatrale fiorente. Nonostante l’emergenza legata a Boko Haram, ha mantenuto risorse militari e attenzione politica. Rampini dedica una porzione significativa del libro al contesto sudafricano, iniziando dall’era dell’Apartheid e giungendo all’ascesa di Nelson Mandela e dell’Anc al potere nel 1994. Nonostante le speranze del tempo, oggi la maggioranza del Paese è in povertà.

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Tra i recenti deterioramenti, si segnalano l’esplosione della violenza, i frequenti blackout, il collasso della compagnia aerea nazionale e l’arresto dei treni per il trasporto delle merci. Nonostante tali sfide, il Sudafrica conserva il potenziale di essere una guida per il continente. Rampini ha intervistato David Makhura, governatore del Gauteng, che ha evidenziato il fallimento dello Stato nel garantire la sicurezza dei cittadini contro il crimine. «All’estrema sinistra c’è chi vuole eccitare un razzismo dei neri contro i bianchi, propone di fare in Sudafrica ciò che Mugabe fece nello Zimbabwe, cioè espropriazioni massicce e violente delle proprietà dei bianchi, con risultati disastrosi. A destra c’è chi dice che la nuova classe dirigente nera ha rovinato il Paese e che perfino i poveri stavano meglio sotto l’apartheid». Le radici più antiche dell’Anc non presentavano un carattere marxista: tra i pionieri c’erano insegnanti, preti e membri della classe media.

Ai primi del Novecento, i comunisti costituivano una minoranza marginale nell’Anc. Tuttavia, la disciplina prevalente tra i comunisti alla fine li portò a ottenere il sopravvento nel movimento. Oggi la situazione sociale in Sudafrica è critica, caratterizzata da proteste, scioperi, manifestazioni, vandalismo, distruzioni e saccheggi. La povertà da sola non spiega la diffusa violenza, considerando che ci sono nazioni africane più povere. La disoccupazione è diffusa e la polizia sembra arricchirsi sempre di più, con sospetti di traffico di armi e munizioni nel mercato nero. La nomenclatura dell’Anc alimenta un senso di invidia sociale, contribuendo alla diffusa violenza. Il partito mantiene un controllo ininterrotto del potere dal 1994. Si è anche manifestato il problema degli Economic Freedom Fighters (Eff), che sembrano adottare la strategia alla Mugabe. Gli Eff sono collegati alla criminalità organizzata e utilizzano la violenza come metodo politico.

Aa livello globale, vari Stati africani sembrano propendere verso forme di governo autoritarie piuttosto che democratiche. Cina e Russia hanno trasformato il principio di “non interferenza” negli affari interni dei governi africani in una virtù. Dopo l’aggressione russa dell’Ucraina, la posizione del Sudafrica è stata oggetto di attenzione internazionale. Cyril Ramaphosa sta guidando una missione di pace con altri leader africani che si alternano tra Mosca e Kiev per ottenere visibilità. Il Sudafrica critica l’Occidente per l’adozione di standard divergenti in merito a guerre, aggressioni, illegalità e violazioni dei diritti umani, come sottolineato da Rampini. In conclusione, l’autore mette in guardia contro la pericolosa illusione della logica «gli ultimi saranno i primi», portata agli estremi da Mao Zedong, che ha condotto il popolo cinese a decenni di miseria e carestie di massa. Questo non è il futuro che l’Africa merita.

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Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, classe 1997, MA in Relazioni Internazionali, BSc in Comunicazione, giornalista freelance, gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com

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