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La storia di Serhii Plokhy sulle relazioni russo-ucraine

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Un libro completo e aderente ai fatti quello di Serhii Plokhy, che nel suo Il ritorno della storia (Mondadori 2023) riprende le relazioni tra Russia e Ucraina dalla fine dell’Unione Sovietica all’invasione del febbraio 2022, il più grande conflitto scoppiato nel cuore dell’Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Una guerra combattuta in un nuovo panorama internazionale definito dalla proliferazione delle armi nucleari, dalla frantumazione dell’ordine mondiale e dal ritorno del nazionalismo. «Follia e criminalità sembravano essere le sole spiegazioni razionali», esordisce Serhii Plokhy, in un periodo che presenta inquietanti similitudini con gli anni bui del Novecento. Il volume inizia dal Natale del 1991, quando Mikhail Gorbaciov decise lo scioglimento dell’Urss. Un mese prima gli ucraini si erano recati ai seggi con un’affluenza di quasi il novanta per cento, per decretare l’indipendenza. Nel Donbass votò per l’indipendenza l’84 per cento degli aventi diritto.

Prima e allora, così come oggi, la Russia aveva individuato nell’Ucraina le origini della propria religione e lingua scritta, nonché della letteratura e di molte arti. Si arriva così al 1917 con la caduta dei Romanov. I bolscevichi riuscirono a stabilire un’unità di territorio dell’ex impero combinando la forza militare e le concessioni culturali alle varie nazionalità che lo componevano. A dispetto di quello che dice oggi lo storico improvvisato Vladimir Putin, Lenin poggiò le fondamenta per la creazione della Russia moderna, ma non dell’Ucraina. L’Urss di Stalin negli anni Trenta promosse l’industrializzazione, l’ascesa del russo come lingua, nonché l’Holodomor. Tollerò inizialmente le istanze di patriottismo ucraino, salvo poi contrastare l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini guidata da Stepan Bandera. Nikita Krusciov, che aveva guidato il Partito Comunista Ucraino dal 1938 al 1949, sfruttò il sostegno della propria rete clientelare nel Paese per scavalcare le correnti bolsceviche a Mosca.

Trasferì la penisola di Crimea all’Ucraina per celebrare il tricentenario dell’accordo di Perejaslav, del 1654, che aveva portato l’Ucraina sotto Mosca. Per accelerare la ripresa postbellica, alla penisola della Crimea fu assegnata l’amministrazione ucraina. Questo, ricorda Serhii Plokhy, al netto della deportazione coatta dei tatari di Crimea, già accusati da Stalin di aver collaborato con i tedeschi durante la guerra. Leonid Brežnev adottò misure dure per contrastare la rinascita culturale ucraina, che continuava la destalinizzazione promossa da Krusciov. Gorbaciov salì al potere quando il revival culturale e nazionale ucraino era esaurito. Al sorgere di un’Ucraina più democratica si contrappose una Russia più autoritaria. Serhii Plokhy è d’accordo con la tesi per cui la democrazia ucraina rappresenta una minaccia per Mosca. Nella storia ucraina, il dominio di capitali stranieri ha influenzato il Paese, il che ha condotto a una generale scarsa affezione per il passato sovietico.

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Tuttavia, la debolezza del nazionalismo ucraino ha impedito all’élite politica di unire il Paese sotto una singola narrazione nazionale. Un capitolo del libro tratta la questione nucleare, che non è affatto secondaria. L’Ucraina indipendente godeva del terzo più grande arsenale nucleare al mondo. Negli Stati Uniti sussisteva l’apprensione che il crollo dell’Urss potesse generare scontri tra le repubbliche dotate di armamenti nucleari – scenario “Yugoslavia con armi atomiche”. La Russia spingeva affinché le armi nucleari dell’Ucraina fossero trasferite sul suo territorio, giacché non disponeva del controllo operativo degli armamenti, ma solo dei codici. Su Foreign Affairs John Mearsheimer dissuase l’Ucraina dal rinunciare alle armi nucleari. Questo pareva il modo più efficace per evitare una guerra con la Russia. Gli Stati Uniti accettarono di negoziare un risarcimento finanziario in cambio della rimozione degli arsenali nucleari ucraini.

Nel 1994 fu sottoscritto il Memorandum di Budapest, che prevedeva impegni da parte di Stati Uniti, Russia e Regno Unito per garantire la sicurezza dell’Ucraina. Il Memorandum ha cercato di colmare il vuoto nella sicurezza ucraina causato dal suo disarmo nucleare. Kiev accettò. Il Trattato di amicizia del 1997 ha assicurato all’Ucraina il rispetto della sua integrità territoriale da parte di Russia e Stati Uniti. Serhii Plokhy ripercorre anche la polemica sulla Nato. Riferisce come il segretario di Stato James Baker avesse chiesto a Gorbaciov se preferisse una Germania unificata fuori dalla Nato, indipendente e senza presenza militare statunitense, o una Germania unita legata alla Nato, con la garanzia che l’organizzazione non si sarebbe spostata verso est. Ma la dichiarazione di Baker era limitata al contesto dei negoziati sulla Germania, ricorda l’autore. Le relazioni Russia-Nato peggiorarono alla fine degli anni Novanta, con l’ingresso di Praga, Varsavia e Budapest.

La ragione fu la decisione di bombardare la Serbia in risposta alle atrocità in Kosovo. Pur non avendo ottenuto l’approvazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu a causa del veto di Russia e Cina, la Nato assunse la responsabilità dell’operazione militare in Kosovo. Da un’alleanza difensiva, la Nato si trasformò in un’alleanza offensiva. Ciò non passò inosservato a Mosca. Con l’attentato alle Torri Gemelle del 2001, Putin in visita a Washington espresse la sua volontà di essere un partner degli Stati Uniti. Nel 2002, George W. Bush ritirò gli Stati Uniti dal Trattato Abm (1972), sostenendo la necessità di sviluppare difese antimissilistiche in risposta alle minacce iraniane. Putin rispose uscendo dal Trattato Start II (1993). Il Consiglio Nato-Russia (2002) ebbe dunque scarso successo. Nel 2003, la decisione degli Stati Uniti di invadere l’Iraq diventò un ulteriore punto di contrasto tra Washington e Mosca.

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Il summit di Bucarest nel 2008 non ha suscitato soddisfazione a Mosca. Che in agosto entrò in guerra contro la Georgia, in “difesa” dell’Ossezia. Nonostante il ritiro parziale delle truppe russe dal territorio occupato, Abcasia e Ossezia rimasero sotto il controllo russo. Serhii Plokhy torna all’Ucraina e si concentra sulla Rivoluzione arancione del 2004, in cui gli elettori ucraini rifiutarono i risultati manipolati delle elezioni presidenziali, assegnando la vittoria a Viktor Juščenko. I sostenitori della Rivoluzione arancione, principalmente dall’Ovest e dal centro dell’Ucraina, si identificavano con l’identità, la lingua e la cultura ucraine. Per Putin, l’Ucraina rappresentava un elemento vitale: senza la seconda repubblica postsovietica più grande, l’Unione Eurasiatica non sarebbe stata in grado di svolgere il ruolo di polo nel panorama mondiale. Viktor Janukovyč, il successore di Juščenko, abbandonò molte politiche europeiste e promosse l’instaurazione di un regime autoritario nel Paese.

Abbandonò l’accordo di associazione con l’Ue, senza rivelare alle controparti europee i finanziamenti ricevuti dalla Russia. Molti giovani di Kyiv si radunarono a Maidan, la piazza dell’Indipendenza, per protestare in questo senso. Janukovyč fu costretto a dimettersi e riparò in Russia. Serhii Plokhy guida poi il lettore attraverso la crisi in Crimea, annessa dalla Russia il 23 febbraio 2014. Per giustificare l’annessione, Putin utilizzò una doppia argomentazione. Da una parte, si richiamò alla storia, al territorio, all’identità russa. Dall’altra sosteneva l’unità tra russi e ucraini. Nel luglio 2021, pubblicò il saggio Sull’unità storica tra russi e ucraini. Dopo il fallimento del suo progetto di integrazione eurasiatica, Putin tornò alla visione imperiale della grande nazione russa. Nel panorama politico ucraino, emerse Volodymyr Zelensky, noto per la serie tv Servitore del popolo, personificazione di un’insoddisfazione diffusa nei confronti di una classe dirigente corrotta, rappresentata anche da Petro Porošhenko, filoeuropeo e antirusso.

Nel 2019 Zelensky ha proposto un programma anticorruzione e ha vinto contro un candidato percepito come parte dell’oligarchia economica. Sotto la guida di Zelensky, non ci sarebbero stati cambiamenti nei piani ucraini di adesione alla Nato. Nonostante le prospettive di un incontro a Ginevra nel 2021 con Joe Biden, Putin non era soddisfatto. Desiderava che l’Ucraina non entrasse mai nella Nato. La seconda metà del libro si concentra sulla cronaca della guerra in Ucraina. La decisione di entrare in guerra fu presa dal presidente russo il 21 febbraio 2022 durante un incontro con il Consiglio di sicurezza russo, che riconobbe le repubbliche fantocce nel Donbass ucraino. Ma la questione Nato è solo un pretesto per l’invasione. Putin definì l’operazione militare speciale per «demilitarizzare e denazificare l’Ucraina». Il suo discorso fu trasmesso dalla tv russa il 24 febbraio, otto anni dopo l’invasione della Crimea.

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Il presidente si attendeva che i risultati fossero rapidi come allora. Si appellò alle «radici nell’amore per la nostra Patria». Credeva che non esistesse una nazione ucraina e che gli ucraini desiderassero vivere sotto i russi. Presentata come una missione di liberazione, l’invasione aveva un ordine preciso per gli ufficiali e i soldati: non mostrare ostilità verso la popolazione locale. Il fallimento nel raggiungere Kyiv fu un duro colpo per Putin. Gli ucraini resistevano. La risposta? Il governo ucraino era una «banda di drogati e neonazisti» che teneva in ostaggio gli ucraini stessi. Durante la guerra, la popolarità di Zelensky ha raggiunto livelli senza precedenti: il 93 per cento. L’invasione dell’Ucraina ha provocato la più grave crisi di rifugiati in Europa dal Dopoguerra. Secondo i dati riportati da Serhii Plokhy, ad agosto 2022, sette milioni di cittadini ucraini avevano trovato un rifugio all’estero.

Circa 3,5 milioni sono stati ospitati in Polonia, 700mila in Germania, 620mila in Ungheria, 466mila in Moldavia, 430mila in Slovacchia, 350mila in Repubblica Ceca. Dato il fallimento delle truppe russe nel prendere il controllo di Kyiv, Mosca ha deciso di radere al suolo il Donbass. L’invasione russa ha cancellato l’ultima traccia della convinzione che ucraini e russi fossero popoli fraterni. Serhii Plokhy sostiene che tra gli eroi ucraini ci sono anche i sindaci locali. Con le loro città e i loro villaggi circondati dalle forze russe, hanno dovuto affrontare il dilemma di rimanere in carica o fuggire. Oggi Putin affronta importanti problemi interni. Il malcontento della guerra nelle città ha reso problematico per il regime la mobilitazione delle truppe. Per distogliere le critiche, Putin ha dato istruzioni ai suoi funzionari regionali, incluso Ramzan Kadyrov, di avviare campagne di mobilitazione nelle rispettive unità amministrative.

Il sistema penale è stato un’opzione seguita, ricordando le pratiche di Stalin, per risolvere i problemi di reclutamento. Evgenij Prigožin, imprenditore ed ex detenuto vicino al Cremlino, prometteva ai detenuti denaro e la grazia presidenziale in cambio del reclutamento alle sue milizie in Ucraina. Da parte dell’Occidente arrivarono armi all’Ucraina e sanzioni per Mosca, tra cui il potente ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Gli Stati Uniti si sono confermati come il principale contributore con 46 miliardi di dollari, corrispondenti allo 0,22 per cento del loro Pil nazionale. Alcuni paesi europei, come l’Estonia, si sono distinti con percentuali significative per l’assistenza all’Ucraina. Per esempio, Kaja Kallas ha enfatizzato il valore della libertà sottolineando che, sebbene il gas possa avere un costo elevato, la libertà è inestimabile. Il Regno Unito ha colto l’opportunità di rafforzare le vecchie alleanze con i paesi dell’Europa orientale e settentrionale.

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Grandi cambiamenti ci sono stati anche in Germania. Angela Merkel aveva precedentemente supportato una cooperazione economica con la Russia, anche per affrontare i problemi energetici. Tuttavia, Olaf Scholz ha considerato l’attacco all’Ucraina come un’invasione non provocata e un grave errore morale. È opinione diffusa – lo sostiene anche Serhii Plokhy – che il caos mondiale di questi ultimi anni – soprattutto il ritorno americano dall’Afghanistan nel 2021 – abbia proiettato un’immagine di indebolimento dell’Occidente. Il che ha spinto Putin a tentare la fortuna in Ucraina, vedendo un’opportunità di egemonia. Tuttavia, la reazione degli Stati Uniti alla guerra ha mostrato un solido affrancamento come potenza egemone. Washington è ancora in grado di usare la sua influenza economica e finanziaria per rafforzare le alleanze e ostacolare l’ascesa di coalizioni rivali. La risposta degli Stati Uniti e della Nato si è materializzata in una robusta coalizione contro l’invasione russa.

La guerra in Ucraina ha anche esposto le debolezze dell’esercito russo, mettendo in evidenza le valutazioni eccessivamente ottimistiche delle sue capacità militari. Il conflitto ha isolato la Russia, ponendo limiti alla collaborazione con la Cina. Inoltre, ha creato una barriera politica ed economica tra Europa e Russia che si rafforzerà man mano che l’Occidente ridurrà la dipendenza da gas e petrolio russi. L’isolamento russo ha favorito Pechino, che ha beneficiato della diversificazione energetica in Europa e dell’orientamento delle esportazioni russe a est. L’Occidente, allo stesso tempo, sta riformando alleanze simili a quelle della Guerra Fredda. L’Ucraina, conclude Serhii Plokhy, potrebbe diventare un’arena come la Germania durante la Guerra fredda, divisa tra diverse sfere d’influenza e blocchi economici. Si prevede un cambiamento nell’ordine mondiale, con il fulcro che si sposterà da Washington e Mosca a Washington e Pechino.

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Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, classe 1997, MA in Relazioni Internazionali, BSc in Comunicazione, giornalista freelance, gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com

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