Il furto del millennio: come la Cina ha depredato l’Occidente

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Il furto del millennio (Piemme 2023) di Fabio Scacciavillani e Michele Mengoli spiega come la Cina abbia turlupinato e depredato l’Occidente nel corso degli ultimi trent’anni. Si capisce da subito il tono che assume il volume: scherzoso, ma non troppo. Qui si racconta il «più gigantesco furto nella storia dell’umanità, perpetrato dal regime comunista cinese ai danni delle economie di mercato, delle società aperte, dei loro cittadini, dei loro ricercatori, delle loro imprese e delle loro istituzioni». Scacciavillani e Mengoli elencano una serie impressionante di colpi “audaci” a opera di soggetti emanazione diretta del Partito Comunista Cinese. Frodi e truffe, spionaggio e appropriazione indebita, trasferimenti di tecnologia e hacking. Ma anche ricatti e dumping, guerra ibrida ed estorsioni, disprezzo delle regole e violazioni degli impegni internazionali. Quello della Cina perpetrato negli ultimi trent’anni è un ladrocinio ignobile consentito dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.

Sotto la lente d’ingrandimento ci sono anche i metodi di produzione e il furto dei frutti di ricerche di decenni e sforzi degli imprenditori occidentali da parte dei “malviventi rossi”. In tutto questo, i governi occidentali tolleravano colpevolmente le pratiche commerciali discriminatorie nei confronti degli stranieri, il disprezzo per la tutela dei brevetti, i furti di know-how e le contraffazioni su vasta scala. La storia è nota. Dopo il 1991 gli Stati Uniti, inebriati dal loro stato di superpotenza, erano persuasi dal fatto che lo sviluppo economico nella nazione cinese avrebbe portato con sé un processo di democratizzazione e occidentalizzazione. Ad oggi, questo si è rivelato un enorme abbaglio. La Cina non ha risentito grossomodo dei danni della crisi del 2008 che hanno colpito i Paesi occidentali. Eppure, le convinzioni di una Cina che poteva essere “giapponesizzata” non sono venute meno fino a tempi recenti.

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Il TTP, il trattato di libero scambio in funzione anticinese del Pacifico, fu approvato dall’amministrazione di Barack Obama al fine di attrarre nell’orbita americana i Paesi corteggiati da Pechino. Xi Jinping ha riportato in auge parole e atteggiamenti che evocano il maoismo, ostentando anche un cospicuo disprezzo nei confronti dell’Occidente, della tripartizione dei poteri e della tutela delle minoranze. Scacciavillani e Mengoli si soffermano anche sulla questione dei dazi che Donald Trump avrebbe fatto bene a imporre sull’import cinese. Gli autori penetrano nel modo di fare di Xi, accusandolo di neo-maoismo e di essere un dittatore spietato. La questione della superiorità razziale degli Han e la crisi in Tibet, nonché le torture riservate alla minoranza etnica nello Xinjiang non sono un mistero. Il riconoscimento facciale e l’uso dell’AI per monitorare le persone 24 ore su 24 sono tra gli elementi più preoccupanti della Cina.

Ora l’Occidente, in maniera lenta e contraddittoria, si è convinto a iniziare un timido e lento decoupling. Difatti, Joe Biden ha lasciato inalterata l’impostazione conflittuale tra Washington e Pechino, specialmente in materia commerciale. Oltre il 75 per cento dei conduttori venduti a livello globale è usato dalla Cina, che però conta il 15 per cento della produzione mondiale. Pechino non si è mai ripresa del tutto dal Covid-19 ed è preoccupata dall’esplosione della bolla immobiliare, nonché dal progressivo isolamento internazionale. Secondo gli autori, l’economia cinese verrà riorientata verso la pianificazione centralizzata e la spinta verso l’autarchia andrà a cozzare contro lo spirito del commercio internazionale. La Via della Seta sarebbe il mezzo con cui Pechino assoggetterebbe decine di Paesi per incrementarne la dipendenza. Il mezzo per tentare l’autarchia eliminando la dipendenza dalle importazioni da Giappone, Germania, Corea del Sud e Stati Uniti.

Per raggiungere questo fine la Cina è disposta a continuare la sua opera di appropriazione indebita e spionaggio. «La Cina ha giocato la partita della competizione globale in modo ignobilmente sporco. Ciò non è più accettabile da parte occidentale: i metodi criminali dispiegati del regime comunista vanno contrastati e puniti». Scacciavillani e Mengoli esaminano dunque tutta una serie di malversazioni cinesi. Gli hacker di Stato hanno violato le banche dati delle aziende occidentali e ne hanno acquisito informazioni rilevanti. Operazioni di spionaggio civile e disinformazione propaganda sono condotte da hacker cinesi legati all’esercito e al ministero della sicurezza. Questa commistione, secondo uno studio dell’FBI, ha comportato un ammontare di attività illegali dai 225 ai 600 miliardi di dollari. Oggi lo spionaggio cinese non ha più come obiettivo soltanto i tradizionali sistemi di intelligence, quanto la ricerca e l’università.

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Il PCC considera Internet come uno strumento per la lotta per affermare la propria influenza sull’opinione pubblica occidentale. I suoi analisti usano l’AI per monitorare il web 4, con ramificazioni in tutto il globo. Esaltano il modello politico cinese, cercando di convincere l’opinione pubblica internazionale della benevolenza della leadership comunista. Un capitolo del libro di Scacciavillani e Mengoli tratta la questione culturale tra la Cina e l’Occidente. «I cinesi non aspirano alla libertà, perché non sanno cosa farsene, non tocca le loro corde etiche. I più aspirano alla sicurezza […]. La libertà, agli occhi dei cinesi, provoca confusione, instabilità, disordine». Si parla inoltre dell’eterno conflitto tra libertà e uguaglianza che, se vogliamo, è la semplificazione dei due sistemi, liberale e autocratico. Di converso, in Occidente la libertà è l’ideale supremo.

In conclusione, per i vertici del PCC, «l’ascesa dell’Occidente negli ultimi due secoli è un’anomalia storica; riflette la debolezza tecnologica e, di conseguenza, economica e militare della Cina tardo imperiale». Xi ha promesso ai suoi concittadini di farli riprendere dal “secolo delle umiliazioni” e punta a instaurare un nuovo ordine planetario che ruota attorno al potere comunista cinese. «L’impetuoso sviluppo economico della Cina è basato prevalentemente sui giganteschi malversazioni ai danni delle imprese e dei centri di ricerca in tutto il mondo», tra ricatti e frode, concussione, corruzione, hacking, spionaggio. «La sfida futura delle società aperte consiste innanzitutto nel riprendersi la refurtiva del Furto del Millennio o, quantomeno assicurarsi che i ladri comunisti e i loro scagnozzi non possano goderselo. E soprattutto evitare di essere nuovamente vittime di ulteriori clamorosi saccheggi e grassazioni».

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Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, classe 1997, MA in Relazioni Internazionali, BSc in Comunicazione, giornalista freelance, gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com