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Canzoni, ponti tra visibile e invisibile. La storia de “L’Arcobaleno” di Celentano

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L’arcobaleno è una canzone diafana, trasparente. Le peculiarità compositive del brano, unite ad una serie di ambigue circostanze relative alla sua genesi, la rendono un’opera dai contorni figurativi sbiaditi, a tratti metafisica. Il filosofo Valèry inquadrava la musica nell’ambito delle arti incorporee, capaci di farsi ‘altro da sé’ e di influenzare i sensi silentemente: le frequenze della musica ci influenzano al di là del livello di attenzione o capacità interpretativa personale; nel caso de L’arcobaleno ci troviamo difronte a una canzone paranormale che ci porta per mano in una dimensione ‘altra’.

Siamo al tramonto degli anni novanta e Adriano Celentano tenta un rinnovamento discografico con il famoso album Io non so parlar d’amore: parliamo di uno dei dischi più famosi della storia della musica pop italiana che sancisce lo spostamento del Celentano ‘ecologista’ verso tematiche più distese e popolari; lo spessore artistico del progetto fu sugellato da un corposo successo di pubblico, tale da elevarlo incontrastato ai primi posti dei dischi più venduti di sempre nello Stivale. Per la composizione dei brani Celentano chiama a raccolta due eccelsi compositori, probabilmente i più prolifici dell’epoca, Mogol e Gianni Bella che firmano la maggior parte dei successi discografici. In una delle tante riunioni organizzative, Mogol racconta di essere stato contattato da una medium che gli suggerisce di scrivere una canzone dal titolo L’arcobaleno: doveva essere un discorso diretto, una dedica del defunto Lucio Battisti al suo amico e collega Mogol, rimasto sulla Terra. Il compositore è dapprima intenzionato a schivare una storia cosi sfacciatamente sghemba e paradossale: il rischio di autocelebrazione e autoreferenzialità che avrebbe investito un testo siffatto era alto. Una serie di circostanze imprecisate, lo spingono tuttavia a proporre la storia ai colleghi e a convincersi che si sarebbe avventurato nella stesura del testo. Secondo lui, la base musicale doveva assecondare un’atmosfera metafisica, in modo tale da creare un climax emozionale e una sinergia con il testo. Gianni Bella ha pronta una musica eterea, dove una matrice di archi sofisticati accompagnati da una ritmica scarna e accordi di piano cadenzati sui passaggi dinamici del cantato, sembra incastrarsi perfettamente sul tema; Mogol, entusiasta, dichiara di aver trovato ‘la musica dell’arcobaleno’ e scrive il testo dettandolo a una sua collaboratrice mentre guida sulla Milano-Lodi. L’unico titubante è il front man, Celentano: un’incomprensibile suggestione sembra compromettere quella saviezza e apparente distacco che ha sempre contraddistinto le sue interpretazioni; incide la canzone frettolosamente, di notte, cerca di non farsi sentire; la prima versione non lo convince, fa altre prove nei giorni successivi ma sembrano tutte uguali, prive però di quell’indefinibile pathos che connotava la prima variante. Claudia Mori ascolta la prima versione e ne rimane estasiata: la soddisfazione di Claudia è in grado di ravvivare il debole convincimento del marito. La canzone viene pubblicata e prende posto nell’album accanto ai più fortunati successi discografici quali La Gelosia, L’emozione non ha voce, Senza amore.

Quella del cantautore milanese è un’interpretazione essenziale, quasi sussurrata, i respiri sono centellinati, sembra la canti tutta d’un fiato, modulando le intensità di volume su dinamiche medio-basse; si inguatta dietro la scrittura degli archi firmata Gianni Bella, per poi disvelarsi delicatamente nei passaggi letterali più significativi come ‘son diventato sai tramonto di sera’.

Il tema principale è quello dell’addio tra due amici, la brusca interruzione di un rapporto umano viscerale, determinato dalla morte naturale di uno dei due. In uno scenario quasi leopardiano, la natura distruttrice che annichilisce la materia, è in grado anche di fagocitare una relazione; il tempo della canzone si misura nell’assunzione di un postulato secondo cui la stessa relazione può sconfinare la corporeità, irridere la natura e perpetuare una comunicazione tra le due dimensioni; i due amici in vita hanno stretto un rapporto indistruttibile e tentano una comunicazione che tracima lo spazio-tempo, utilizzando i segni di quella stessa natura che ha imposto la propria forza con la morte di uno dei due. L’io narrante è colui che è salito nell’altra dimensione; si avverte, tuttavia, come la condizione dell’assenza sia vissuta in maniera analoga da entrambe le parti, quella che lascia e quella che ‘è lasciata’; l’estremizzazione della condizione dell’assenza si tramuta in presenza pervasiva e totalizzante. Essa improvvisamente assume un contorno distinto, dotato di una fisicità tangibile: l’addio, o la continuazione del rapporto che sembra siano diventati la stessa cosa, si materializzano in un tramonto di sera, nel fruscio delle foglie, nel canto sottile degli uccelli, in un arcobaleno, segnali metafisici che diventano stimoli sensoriali, veicoli comunicativi capaci di trascendere la realtà delle cose.

L’arcobaleno è una canzone metafisica ma ci insegna anche il valore della sottrazione, del vuoto, della negazione, intesi come condizione necessaria per investire di senso il loro contrario, ovvero il momento dell’azione, della co-azione o della condivisione. Il ritmo sospeso nelle prime battute, il cantato quasi sussurrato, le ‘valigie pesanti’ del testo indicatrici di un rimorso opprimente, ci insegnano quanto sia importante il vuoto, il momento della riflessione, il tempo anticipatorio dell’azione in cui si consuma l’attività creativa, la filosofia.

 Molti hanno ritenuto L’arcobaleno una trovata commerciale, altri un tentativo di speculazione tutt’altro che dignitoso. Prescindendo da considerazioni di superficie il risultato artistico è indubbio. L’arcobaleno è un’apologia della negazione, dell’annullamento: distinguendosi dagli espliciti e melliflui ‘inni alla vita’, ci insegna a vivere l’esperienza della caduta e della risalita con lo stesso approccio, ad apprezzare la vita in tutte le sue manifestazioni, la luce e il buio, i blocchi e i vuoti, le attese, le sospensioni, le ripartenze, i rallentamenti e le accelerazioni, ci spinge a ‘cercare, sempre, se si può, di capire’.

Fabio Colapietro

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