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Jeffrey Veidlinger fa luce sull’Olocausto prima dell’Olocausto

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Nella cornice del quadriennio 1918-1921, L’Olocausto prima di Hitler (Rizzoli 2023) di Jeffrey Veidlinger racconta una serie di eventi poco noti e narrati al grande pubblico: i pogrom in Ucraina e Polonia alle origini del genocidio degli ebrei dopo la Prima guerra mondiale. L’autore compie un viaggio dettagliato, tra storie e documenti, ripercorrendo quello che accadde nei territori dell’Europa orientale a migliaia di famiglie e individui. Oltre mille sommosse e azioni militari antiebraiche, in circa cinquecento località diverse, su tutto il territorio dell’Ucraina odierna, nell’ambito di una contesa tra russi e polacchi, poi sovietici e nazionalisti ucraini. Jeffrey Veidlinger racconta come contadini ucraini, cittadini polacchi e soldati russi depredarono gli ebrei tramite incursioni armate e violenze inaudite. Strapparono la barba agli uomini, fecero a pezzi la Torah, stuprarono donne e bambine. Difficile quantificare il numero delle vittime.

Ai circa quarantamila ebrei uccisi dopo la Guerra, si sommano oltre settantamila che morirono delle conseguenze di ferite, malattie e conseguenze delle aggressioni. Prima dell’Olocausto, in Ucraina si commise un vero e proprio genocidio. Oggi pochi ricordano quegli oltre centomila ebrei assassinati. Il che ha contribuito alla successiva esplosione dell’antigiudaismo teologico, delle teorie razziali e delle ideologie totalitarie. Jeffrey Veidlinger si spinge a sostenere che alla base della Shoah c’era quello in Polonia e Ucraina, dal momento che i pogrom legittimarono la violenza contro gli ebrei. Lo sterminio ha anche origini nella grande ignoranza del tempo. I civili ebrei furono oggetto di persecuzione da parte di tutti. I nazionalisti li bollavano come bolscevichi; i bolscevichi li bollavano come nazionalisti. Gli ucraini li ritenevano delle spie russe; i russi ritenevano che fossero spie ucraine.

Tra i meriti del libro di Jeffrey Veidlinger c’è anche quella della chiarezza nei termini. La parola “pogrom” deriva dal russo “gromit”, ovvero distruggere, spaccare. Comparve sul Times di Londra il 17 marzo 1882 e indicava le rappresaglie contro gli ebrei. Erano i tempi dello zar Alessandro II, ucciso secondo alcuni a destra proprio dagli ebrei. D’altra parte, a sinistra, tra i leader dei movimenti rivoluzionari c’erano parecchi ebrei. Lo Stato russo, ricorda l’autore, tollerava gli spargimenti di sangue fino a un certo punto. Anche perché questo era un mezzo per sfogare le frustrazioni represse. Talvolta la polizia interveniva a fermare i pogrom; talvolta no. L’autore ripercorre tumulti antisemiti anche nella odierna Chișinău, in Moldavia, una metropoli con oltre centomila abitanti, quasi metà ebrei. I pogrom del 1903 e del 1906 nella regione favorirono l’insorgere di sentimenti antisemiti.

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I funzionari della burocrazia russa disprezzavano gli ebrei, considerati i nemici della cristianità. I protocolli dei Savi di Sion, messi in circolazione nel 1903 dall’editore Pavel Krusevan, sembravano confermare quello che tanti nelle istituzioni russe credevano da tempo. Cioè, che gli ebrei fossero agenti che manipolavano lo zar per ottenere il dominio mondiale. Scoppiò la guerra: il 28 giugno 1914, quattrocentomila ebrei prestavano servizio nell’esercito russo. Dopo il conflitto, il tema della presunta slealtà ebraica venne collegato alla sconfitta del Paese. Qualcosa di analogo avvenne anche in Germania. Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht venivano additati come sobillatori ebrei pericolosi per la tenuta dell’ordine sociale. Finita la guerra, dai trecentomila ai cinquecentomila ebrei erano profughi nell’ex impero russo. Alcuni, tra costoro, credevano che avrebbero vissuto nell’impero sovietico succeduto a quello zarista, in un clima di tolleranza. Ma così non fu.

Le clausole di Brest-Litovsk nel 1917 comprendevano anche il riconoscimento dell’indipendenza di Ucraina e Finlandia, il che incrementò le rivalse antisemite. Lev Trotskij si scagliò contro il trattato affermando che la delegazione bolscevica lo firmò «senza neppure leggerlo». La rivolta dei marinai tedeschi a Kiel diede adito a chi pensava che la monarchia in Germania crollava per mano ebraica. Al tempo dei disordini del 1918, Adolf Hitler stava in un letto dell’ospedale di Pasewalk, in Pomerania, dove si stava riprendendo dal gas inalato sul campo di battaglia. Attribuì la rivoluzione di Monaco ad «alcuni giovani ebrei» e definì gli eventi come «la più grande scelleratezza del secolo». I pogrom s’intensificarono in Ucraina: quelli di Leopoli e Žytomyr furono tra i peggiori. Seguirono quelli in Galizia, dove gli ebrei venivano accusati di aver parteggiato per gli ucraini e dunque di essere contro la nazione polacca.

Pogrom a Kiev, 1881. Foto: Wikimedia Commons.

Nel corso dei pogrom, i governi locali incentivarono spesso e volentieri la furia antisemita di cittadini e contadini. Questo serviva a placare la rabbia legata alle pessime condizioni del Dopoguerra. Molti contadini ricevettero la promessa per cui la ridistribuzione della proprietà sarebbe partita dalla confisca agli ebrei. Dunque, era necessario eliminare gli ebrei per accaparrarsi la proprietà. Jeffrey Veidlinger si sofferma anche sui meccanismi che venivano studiati dai sociologi e psicologi del tempo. Gustave Le Bon sosteneva che in un grande gruppo gli individui diventano parte di una sorta di mente collettiva e che li fa agire e pensare in maniera diversa da come essi agirebbero individualmente. Sigmund Freud contestò Le Bon su questo affermando che in realtà certi comportamenti sono radicati negli individui stessi, ma sono soltanto repressi. Soltanto in certe condizioni, sosteneva Freud, gli individui avrebbero liberato sentimenti repressi.

Nel novembre del 1918, il giornalista ebreo ungherese Béla Kun fondò il partito dei comunisti in Ungheria e rovesciò il governo di Mihály Károlyi per restituire la Repubblica sovietica ungherese. Governò pochi mesi, rafforzando il nesso “ebrei = potere”. La sua caduta vide le istituzioni promuovere un’Ungheria orientata verso tradizioni autarchiche e cristiane. Nel frattempo, la comunità ebraica internazionale protestava nei confronti dei pogrom che avvenivano in Ucraina. Józef Piłsudski replicava che i dati sulle persecuzioni erano esagerati. Nel frattempo, i pogrom continuarono: gli ebrei fuggivano in massa dalle grandi città. La pace di Riga mise fine ai maggiori conflitti bellici e centinaia di migliaia di profughi ebrei si avviarono nelle capitali europee, interrompendo le fughe verso Est. In Ucraina gli ebrei, dunque, chiesero aiuto alla nuova burocrazia sovietica – incrementando, questa volta, il nesso “ebrei = bolscevichi”.

Jeffrey Veidlinger ricorda come tra il 1917 e il 1923 la popolazione ebraica nell’Ucraina sovietica diminuì del trentacinque per cento. Molti ebrei si rifugiarono nell’entroterra russo, mentre in Europa incrementava il consenso attorno ai movimenti di destra. Piłsudski mise in atto leggi per limitare il movimento di profughi in Polonia. La Romania, pure, stava diventando insofferente nei confronti dei nuovi migranti ebrei senza cittadinanza. La maggior parte degli ebrei, tuttavia, era convinta di essere al sicuro in Germania; altri migrarono negli Stati Uniti, in Canada o in Argentina. Tra di loro marxisti e internazionalisti, sionisti e monarchici, ma anche monarchici russi e nazionalisti ucraini condividevano le vie le medesime strade. Gli “Ostjuden” erano evocati come sinonimo di profughi in generale. Venivano visti come ammalati di tifo e politicamente sospetti. Gli ebrei orientali venivano rappresentati come turbolenti e incivili, chiassosi e sporchi, portatori di malattie e inclini alla criminalità.

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Lo scrisse anche Albert Einstein nel 1921, che annotava sul suo diario come gli ebrei dell’Est fuggiti dall’inferno dell’Europa orientale erano diventati un’arma vincente usata dai nazionalisti. Nel frattempo, Hitler iniziò a muovere i primi passi in una Germania che vedeva l’arrivo degli ebrei orientali. Denigrava l’Urss e la definì «satanica», una «sanguinaria dittatura ebraica». Nel 1922 mise in guardia l’elettorato tedesco rispetto alla «sanguinosa palude del bolscevismo», additando come colpevole l’ebreo. «L’ebreo oggi è il massimo sobillatore per la totale distruzione della Germania». L’inflazione del 1923 inasprì le posizioni di estrema destra. Molti ebrei non sapevano più dove andare. Alcuni rifugiarono in Palestina, altri continuavano andare negli Stati Uniti. Qui, nel 1921, 119mila profughi ebrei raggiunsero la costa Est. Jeffrey Veidlinger ricorda come tra il 1899 e il 1914 un milione e mezzo di ebrei fossero arrivati nel Paese.

Nel volume si compie poi un salto, fino all’operazione Barbarossa. Durante l’occupazione nazista, in Ucraina oltre mezzo milione di ebrei furono uccisi nei primi sei mesi del conflitto. Nell’autunno 1943 il bilancio si era alzato a 1,5 milioni, ovvero circa un quarto delle vittime dell’Olocausto. Veidlinger ricorda come la grande maggioranza di costoro perì in una raffica di proiettili a distanza ravvicinata. La popolazione Ucraina della Galizia orientale accolse con entusiasmo l’occupazione tedesca che sembrava virare verso una Fondazione della Ucraina indipendente. Crimini orrendi vennero compiuti dai nazisti nelle strade delle grandi città contro gli ebrei. Ben presto, Stepan Bandera fu deluso e venne arrestato a Cracovia. Heinrich Himmler fece di Žytomyr il quartiere generale ucraino del Reich e sede in cui si decidevano gli spettacoli di violenza antiebraica. È fin troppo chiaro, ammette Jeffrey Veidlinger, che i pogrom del 1918-1921 avevano gettato le premesse per lo sterminio futuro.

«L’accusa di giudeo-bolscevismo continuava a fomentare coloro che avevano sofferto a causa del dominio sovietico, la disparità economica tra città e campagne si era aggravata, il trauma della continua barbarie aveva ulteriormente assuefatto la popolazione, i beni saccheggiati non erano stati restituiti e la giustizia era stata […] arbitraria». Tra il 1921 e il 1941, la vita era andata avanti; «bambini erano diventati adulti, si erano sposati e avevano festeggiato la nascita dei propri figli; gli adulti avevano trasmesso le proprie tradizioni alla generazione successiva e si erano affannati a sbarcare il lunario in un mondo mutevole». Tutto questo venne distrutto con l’arrivo dei tedeschi, che «sfruttarono in modo strategico e deliberato i preesistenti sentimenti antisemiti e attinsero a motivi locali per sferrare un’altra ondata di massacri e rimettere in scena un copione scritto una generazione prima». Uomini di trenta e quarant’anni rivissero quello che avevano patito da bambini.

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Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, classe 1997, MA in Relazioni Internazionali, BSc in Comunicazione, giornalista freelance, gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com

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