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L’Anschluss e la fuga degli intellettuali dall’Europa

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Sul baratro (Neri Pozza, 2022) di Marina Valensise narra delle vite di città, artisti e scrittori dell’Europa occidentale dopo l’Anschluss dell’Austria nel 1938. L’autrice riesce a intrecciare le esistenze dei protagonisti in una serie di short stories che costituiscono un viaggio rapsodico attraverso le capitali.

Si parte da Vienna con Stefan Zweig, Hermann Broch e Robert Musil, poi si va a Budapest con Sándor Márai. A Berlino con Dietrich Bonhoeffer e a Parigi con Ödön von Horváth, quindi a Praga con Milena Jesenská. A Varsavia con Czesław Miłosz; a Bucarest con Mihail Sebastian; a Mosca con Osip Mandel’štam. Poi a Leningrado con Anna Achmatova e a Riga con Licy Wolff Tomasi di Palma. Da Leopoli a Drohobyč con Bruno Schulz. Poi nella Londra di Sigmund Freud. Salisburgo e Lucerna con Arturo Toscanini. A Roma di Alberto Moravia. Infine, a Bruxelles con Hankou e a New York con Wystan Hugh Auden.

Valensise narra declino e fuga, paura e incertezze degli autori, ma anche i loro drammi, sogni, passioni, angosce e ambizioni. Il tutto alla luce dell’Anschluss, che non lascia più dubbi: il continente si sta affacciando alla catastrofe. Le voci accavallate degli intellettuali formano un “coro” sull’Europa, «il continente che ha prodotto le nazioni e oggi non deve morire di nazionalismi». Si parte da Zweig, l’ebreo pacifista, viaggiatore poliglotta tra le menti più raffinate della Vienna tra le due guerre. In Die Welt von Gestern ha ricordato un mondo al crepuscolo, pronto a essere inghiottito dalla guerra. Per quanto si rifugiasse nella scrittura e nella letteratura (migrò in Brasile), l’ombra della guerra lo tormentava. Stesso discorso per Broch, anch’egli ebreo, romanziere che aveva esordito con I sonnambuli, in cui narrava il vuoto dei valori e le crisi dell’epoca contemporanea. Arrestato dai nazisti poco dopo l’Anschluss.

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Attivo nel campo dei diritti umani con Thomas Mann, Aldous Huxley e Albert Einstein, fu grazie a loro che ottenne un visto per gli Stati Uniti e si salvò. Destino analogo quello di Franz Werfel che, dopo aver vagato per la Svizzera, la Francia, i Paesi Bassi e l’Inghilterra, giunse negli Stati Uniti. Anche a Parigi c’era una cappa di agonia e incertezza. Mentre la Germania annetteva l’Austria, il governo guidato da Édouard Daladier scelse l’appeasement nei confronti di nazisti. Nella capitale francese c’erano Jean-Paul Sartre e Irène Némirovsky, ma anche Joseph Roth eHorváth, nato a Fiume, cresciuto tra Belgrado, Budapest, Bratislava, Vienna e Monaco. Un senza-patria che amava viaggiare con la sua compagna Wera Liessem, attrice originaria di Amburgo, già scelta da Fritz Lang nel suo ultimo film, Il testamento del dottor Mabuse. Morì per via di un albero colpito da un fulmine.

Un destino ugualmente surreale toccò anche a un altro protagonista della letteratura, il commediografo e scrittore romeno Sebastian, che tenne un diario degli anni della guerra. Sepolto per sessant’anni, secondo Philip Roth, le sue memorie meriterebbero molta più fama di quello che ebbero. È una ottima fonte per ripercorrere l’antisemitismo romeno, giacché racconta viltà e meschinità dell’élite rumena intrisa di razzismo. Sebastian non parlava yiddish, ma frequentava la sinagoga. Morì schiacciato da un camion dell’Armata Rossa a fine maggio 1945. Pure in Ungheria la situazione era tesa. La Repubblica dei Consigli di Béla Kun era stata spodestata dall’ammiraglio Miklós Horthy che si alleò con l’Asse per riconquistare i territori perduti con il Trattato del Trianon. Non era un periodo facile neppure per Márai, di Kassa (oggi Košice), già senatore, autore di pièce di teatro.

Sempre avanti e indietro tra le capitali europee, fiutò l’aria dell’Anschluss dal Centrál Kávéház e criticò il regime militare ungherese prima e comunista poi. Morì a quasi novant’anni. Bonhoeffer non fu altrettanto fortunato. Esponente di spicco della critica al nazismo, era figlio di un neuropsichiatra di Breslavia. Pastore e teologo luterano, era un tipo severo e per nulla indulgente né incline al compromesso, ricorda Valensise. Da Berlino passò a Roma, poi a Barcellona e dunque a New York, dove entrò in contatto con il movimento pacifista americano. Fu arrestato dalla Gestapo nel 1938, una volta rientrato in Pomerania. Venne giustiziato nel campo di concentramento di Flössenburg un mese prima della fine della guerra. Il campo è a metà strada tra Norimberga e Praga. Qui Jesenská guardava con ansia l’Anschluss. Sapeva che la Cecoslovacchia sarebbe stata la prossima a essere ingoiata dal Terzo Reich.

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Spirito ribelle e conformista, Jesenská era una libera battitrice. Testarda e provocatoria, diceva di essere discendente di Jan Jesenius, raccomandato da Tycho Brahe all’imperatore Rodolfo II. Vitale e inquieta, sposò Ernst Polak. I due andarono a Vienna: lei faceva traduzioni di ceco e tedesco. Il matrimonio naufragò tra debiti, stenti e tradimenti. S’iscrisse al Partito Comunista clandestino e guardò attonita all’invasione della Wehrmacht del 15 marzo 1939. La lotta antifascista la proseguì anche Toscanini, allora considerato un mito vivente. Celebre direttore di orchestra, in protesta all’Anschluss si rifiutò di dirigere il festival di Salisburgo in programma per l’estate 1938. Già nel 1936 aveva dovuto abbandonare Bayreuth – «il più grande dolore della mia vita», scrisse a Friedelind Wagner. Non aveva altra scelta: era stato coerente con sé stesso. Fu tra i firmatari della protesta nei confronti della Germania da parte dei musicisti ebrei in America, dove si trasferì.

Moravia invece restò in Italia e si piegò al fascismo. Scriveva racconti per Il Tevere di Telesio Interlandi. A iniziarlo ai reportage fu Curzio Malaparte. Cosmopolita e curioso viaggiatore, andò anche a New York da Giuseppe Prezzolini. La madre, cattolica di origine slava, Teresa De Marsanich sorella di Augusto De Marsanich poi capo del MSI, sognava per il figlio una carriera diplomatica. Arrivarono i sospetti che fosse ebreo, ma negò tutto con una lettera di supplica al Duce. Infine, Freud, che a Vienna lavorò per quasi mezzo secolo. Nato in Moravia, era convinto che il cattolicesimo avrebbe fatto da scudo all’antisemitismo. Angosciato dall’esplosione di brutalità in Austria, a Londra riceveva molte visite. Tra cui quella di Salvador Dalí, il quale iniziò a farne un ritratto surrealista, che però Zweig ritenne inopportuno mostrare allo psicanalista. Freud morì nel tardo settembre 1939. Qualche settimana prima, la guerra era tornata in Europa.

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Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, classe 1997, MA in Relazioni Internazionali, BSc in Comunicazione, giornalista freelance, gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com

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