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Afghanistan, cimitero degli imperi e laboratorio senza fine

Foto: Françoise Foliot.
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Tra i pregi de Il laboratorio senza fine (Mondadori, 2022) di Antonio Giustozzi c’è la facile accessibilità per il lettore non esperto di Afghanistan e dintorni. Il libro risulta di piacevole lettura per la sua natura non tecnica, ma ugualmente profonda. L’autore ripercorre gli ultimi cinquant’anni di storia dell’Afghanistan. Dall’occupazione sovietica del 1979, al ritorno dei talebani nel 2021. Fino al 1978, il Paese era ai margini della geopolitica e fuori dai giochi della Guerra Fredda. Eppure, Stati Uniti e Unione Sovietica volevano comunque influenzarne la classe dirigente. Dopo l’omicidio del Presidente Hafizullah Amin, un colpo di Stato dei militari filosovietici aprì la strada all’invasione comunista il 27 dicembre 1979. In chiave antisovietica, gli americani decisero di sostenere la Jihad afghana e nel 1989, al piccolo periodo di caos dopo il ritiro dell’Armata Rossa, si assistette all’arrivo al potere dei talebani. Con gli eventi dell’11 settembre, la classe dirigente talebana venne spazzata via dagli americani. Da allora, l’Afghanistan è diventato costante argomento di discussione in Occidente. Un laboratorio, a tutti gli effetti.

La crisi dello Stato afghano iniziata nel 1979 rafforzò le condizioni affinché il movimento jihadista si sviluppasse senza troppi ostacoli. Il cosiddetto cimitero degli imperi è sempre stato un territorio ostile ai tentativi di instaurare regimi fantoccio. Dal momento che era allergico ai tentativi colonizzazione modernizzazione dell’esterno, questo «lo rese uno dei migliori candidati per esperimenti sociali e organizzativi quali quelli messi in pratica dai jihadisti dagli anni Ottanta in poi». L’intervento dei comunisti rafforzò un movimento di resistenza nazionale afgano – finanziato dagli americani, ma anche da Cina ed Egitto, nonché dalle monarchie del golfo e dai pakistani. I mujaheddin erano elogiati a Washington e considerati combattenti per la libertà.

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Ma mentre gli americani, ricorda Giustozzi, si concentrano sulle forniture, i Paesi fratelli spesero in milioni di dollari per costruire moschee e seminari religiosi, nonché per promuovere la clericalizzazione sotto l’egida dei partiti islamisti. Il Pakistan divenne uno dei principali sponsor dei gruppi jihadisti e del movimento jihadista mondiale. Finanziava gli addestramenti degli insorti anticomunisti e incoraggiava le reti clericali pakistane legate ad alcune organizzazioni jihadiste. L’autore sottolinea il carattere anarchico del movimento jihadista, che dopo la fine dell’occupazione del 1979 cercò nuovi fondi alternative, prima di tutti il contrabbando di droga. Il ritiro sovietico generò una grande pressione sugli agricoltori affinché costoro coltivassero il papavero da oppio, preziosa fonte di reddito per i mujaheddin. Alla fine degli anni Ottanta molti giovani mullah istruiti si intrecciarono a movimenti di resistenza in Afghanistan. Si creò la casta dei mullah guerrieri.

L’istruzione religiosa prese piede, favorendo il controllo dei talebani, che nel frattempo erano arrivati al potere dopo la fine della Guerra Fredda. Sostenuti dai pashtun, cercarono di ottenere un riconoscimento internazionale. Giustozzi spiega le difficoltà dei talebani nel mantenere la gestione dello Stato. La risonanza del primo emirato fu limitata, ma creò lo spazio, per Osama bin Laden, per lanciare la Jihad globale. In Egitto e in Europa questo nuovo jihadismo raccolse parecchio consenso. Quando i talebani si rifiutarono di consegnare bin Laden gli americani invasero il Paese, ma il leader terrorista riuscì a far impantanare per vent’anni gli invasori in un territorio che non conoscevano. I locali combattevano, come contro i sovietici, con estremo vantaggio rispetto agli invasori. Nel 2002 il movimento jihadista sembrava debellato in Afghanistan. I talebani erano nascosti in Pakistan e nel nord del Paese.

L’intervento della NATO dal 2011 in poi complicò la questione e inasprì la situazione già tesa nella regione. I pakistani continuavano a supportare i talebani. È a partire da allora che la Russia iniziò a fare affari con i talebani. Stessa cosa decisero di fare cinesi e iraniani. Pechino si impegnò con i talebani anche a livello diplomatico e nel 2016 stanziò infatti dei “fondi per la pace”. Nel frattempo, il debole e corrotto governo di Ashraf Ghani, supportato dall’Occidente, cercava di tenere unito il Paese. Giustozzi ricorda anche come ben prima dell’inizio della campagna dei talebani del 2021 l’esercito afgano stesse già perdendo la guerra sul campo. I talebani accompagnano la guerra per la riconquista del Paese a una serie di pubbliche relazioni, offrendo anche un’amnistia in denaro al personale di forze di sicurezza che abbandona la lotta. Molti soldati si arresero.

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I talebani furono abili a sfruttare le opportunità di chiudere il negoziato e convincere i sistemi di sicurezza a schierarsi contro il governo Ghani. Si arrivò anche al paradosso che i talebani iniziarono ad accumulare terreno così in fretta da non riuscire a gestire i territori conquistati dovendo chiedere aiuto al Pakistan, che sfornava combattenti di riserva all’interno dell’Afghanistan. Il famoso 15 agosto del 2021, Ghani e il suo entourage fuggirono da Kabul lasciando entrare la rete degli Haqqani, senza sparare un colpo. La guerra era vinta dai talebani, che dimostravano al mondo intero di essere migliorati in termini di capacità di guerra ibrida. Fuga di cervelli e capitali indebolirono gli sforzi di riattivare lo Stato in termini di efficienza, una volta che i talebani conquistarono il potere. Il regime dei talebani oggi ha vanificato ogni sforzo istituzionale fatto in vent’anni di gestione americana.

Kabul oggi ha buoni rapporti con Mosca. Riceve tutt’ora contributi dal Pakistan, ma i talebani sono incapaci di governare il Paese. Tra lotte intestine, omicidi, collassi economici, purghe e corruttele i talebani stanno affamando la popolazione. La Cina guarda in maniera preoccupata – ma anche ambigua – al governo talebano. Cordiali i rapporti con l’Uzbekistan, così come con l’Iran. Un intervento salvifico della comunità internazionale, da Washington o da Mosca, non è in vista. Oggi l’Afghanistan è un Paese poverissimo dove la fame, la repressione della donna e la violenza sono cose quotidiane. Conclude Giustozzi: «Il jihadismo continua a offrire una strada di provato impatto a imprenditori politici di stampo ultraradicale, una formula di successo per attrarre la gioventù frustrata e arrabbiata. Il carburante del fenomeno jihadista deriva dall’ampia disponibilità di due fattori: abbondanza di reclute (giovani musulmani frustrati) e di fondi».

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Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, classe 1997, MA in Relazioni Internazionali, BSc in Comunicazione, giornalista freelance, gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com

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