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Parliamo del “nuovo giornalismo” con il nostro Francesco Stati

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Negli ultimi vent’anni il mondo del giornalismo ha subito numerosi cambiamenti, dovuti principalmente all’avvento del web. Le conseguenze? Crisi della carta stampata, emorragia economica e bulimia informativa sono le principali. Ne abbiamo parlato con il nostro Francesco Stati, editore e fondatore di theWise Magazine, nonché autore del saggio Il nuovo giornalismo – Evoluzioni e modelli dell’informazione digitale.

Da intervistatore a intervistato! Come ti senti? Per di più, diciamocelo, qui su theWise Magazine…

«Strano, stranissimo devo dire. Devo rispondere a domande che riguardano theWise, su theWise… è un “theWiseInception“, praticamente!».

Il nuovo giornalismo – Evoluzioni e modelli dell’informazione digitale di Francesco Stati.

Quali sono, secondo te, i pro e i contro del giornalismo online?

«Prima di tutto, i giornali online sono fruibili facilmente. Internet è molto diffuso e di conseguenza il pubblico diventa molto più vasto. Dai, ormai chi va più in edicola? Per non parlare dei costi altissimi della distribuzione. Con il giornale online, con un click, puoi raggiungere un pubblico potenzialmente sterminato.

Lo svantaggio principale, la fatica più grande, è far capire al lettore che questi contenuti hanno un valore. Il contenuto web può in un certo senso sembrare averne meno. Proprio per il fatto che puoi raggiungere potenzialmente tutti, cerchi di raggiungerne il più possibile, spesso a scapito della qualità del contenuto.

L’articolo deve essere semplice e comprensibile, ma anche mediato, con un minimo di spiegazione dietro. Con il giornalismo online si tende a pubblicare la notizia così come è, a volte dimenticandosi di verificare se la stessa sia vera o meno!».

Leggi anche: C’è un’enorme differenza tra fare informazione e fare giornalismo.

Pensi che il web sia vettore anche di disinformazione? Come si può agire a riguardo, dal punto di vista giornalistico?

«La disinformazione viaggia principalmente attraverso il web. Ahimé, purtroppo, soprattutto in Italia, Paese in cui la vera informazione va ricercata con il lanternino. Velocità, viralità e alta fruibilità vanno molto d’accordo con la disinformazione.

Gli attori individuali e “statali”, mi riferisco soprattutto a Russia e Cina che hanno largamente usato la disinformazione a loro vantaggio, ne sono consapevoli e diffondono volutamente contenuti che sono nel migliore dei casi tendenziosi e nel peggiore disinformazione allo stato puro. Un uso piuttosto criminoso.

Sarebbe bene ci fossero autorità nazionali, in grado di contrastare questo fenomeno con mezzi e sforzi (anche economici) importanti. Anche i social media, loro stessi vettori di disinformazione, dovrebbero collaborare attivamente a questa lotta, per i motivi di cui sopra».

E per quanto riguarda la “bulimia informativa” e il fastidioso rumore di fondo? Porta davvero dei click e delle entrate?

«Se non portassero click ed entrate non esisterebbero, credo. Tutti vogliono abbeverarsi dalla fonte del web: i costi sono più bassi e le rendite sono tutte nette, non essendoci grandi spese paragonate alla carta stampata.

Ti faccio l’esempio dei “giornali da parrucchieri”, vedi Chi, Donna Moderna, Novella2000 e simili. Oggi questi contenuti sono online, con divisioni interne appositamente create anche nelle grandi testate a questo scopo. Il panorama informativo è vasto e, siccome le persone hanno un po’ l’animo da voyeur, queste non-notizie di gossip finiscono per divenire virali.

Quando però abbassi troppo il livello dell’informazione che fai, chi leggerebbe le notizie di economia, esteri o politica su un giornale che nel post precedente ha parlato di quante volte ha mangiato il figlio di Fedez?».

Immagine: Pixabay.

Parli di “battaglia culturale”. In che senso?

«La battaglia culturale è proprio questa. Quello che si sta perdendo è proprio il ruolo di inter-mediatore. Nel senso etimologico della parola media, mediatore, colui che si mette in mezzo. Il giornale dovrebbe essere un’istituzione che filtra le notizie e le rende più comprensibili al lettore.

Questo a mio avviso è venuto a mancare. Non si può accettare la realtà per quello che è, senza porsi domande in una realtà complessa che per definizione non è immediata. Per questo si studia la storia con i suoi rapporti di causa ed effetto.

Prendiamo l’esempio del reddito di cittadinanza: qualche politico dirà che non va bene, perché si regalano soldi ai nullafacenti, qualcun altro dirà che è perfetto così com’è. Entrambi sbagliano ed evidentemente bisognerà trovare soluzioni. Chi dovrebbe raccontare questo processo? Il giornalismo, che dovrebbe spiegare, per stare nel caso specifico, perché il reddito può essere una misura importante ma come evidentemente vada rivisto. Oggi si cerca solo di cavalcare la polemica, perché è lei che porta click».

Leggi anche: Siamo giornalisti, non sciacalli.

Sei da poco un giornalista professionista. Senti in qualche modo una responsabilità educativa e morale verso i tuoi lettori?

«Questo vale, dovrebbe valere, per tutti noi. Così come per i politici, ben inteso. Politica e giornalismo hanno una matrice comune oggi, ovvero aver perso il ruolo di mediatore.

Sia la politica che il giornalismo hanno un ruolo pedagogico vero l’uomo di strada. Si dice che solo un cittadino informato possa far paura al potere. Niente di più vero. Noi, come giornalisti, abbiamo il dovere di mettere al servizio del cittadino le informazioni necessarie per orientare una scelta libera e consapevole. Una grandissima responsabilità.

Adesso c’è questo fenomeno del giornalismo-influencer, tutti presi dall’andare in TV in un talk show piuttosto che nell’altro. Non è questione di arroganza dire che abbiamo una missione educativa, semplicemente credo sia una presa di coscienza del ruolo sociale della nostra professione, che purtroppo si è persa. Motivo per cui moltissimi odiano la categoria, ma è stata solo colpa nostra».

Cosa auspichi per il mondo del giornalismo? E a te stesso, a livello professionale?

«Auspico che questa funzione sociale del giornalismo venga ritrovata. Siamo alla deriva e pochi giornalisti hanno a fuoco il loro dovere, ovvero fare informazione. Le fatiche del cronista non sono la notizia! Dobbiamo essere quasi invisibili nelle cose che raccontiamo.

A me stesso auguro di non perdermi e di fare (e continuare a fare) questo mestiere con serietà e professionalità».

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