Tutta la bellezza e il dolore è un documentario che ci riguarda tutti

Nan Goldin durante la cerimonia del Premio Käthe Kollwitz 2022 a Berlino, 2023
Credits: Elena Ternovaja
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All the Beauty and the Bloodshed è un titolo potente ed evocativo. Invece la resa linguistica in Tutta la bellezza e il dolore addolcisce, o peggio “livella”, nell’unico calderone di un’entità composita ma generalista, la varietà di elementi che prendono vita in questo documentario che ha vinto il Leone d’oro all’ultima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Nel racconto diretto da Laura Poitras, la narrazione, affidata alla protagonista Nan Goldin, sciorina le molte sfaccettature della sofferenza, che da personale diventa universale quando si erge a lotta collettiva contro “lo spargimento di sangue”. Lo vediamo nel racconto audiovisivo della sua vita, della sua epoca e della sua militanza fondando il gruppo di advocacy P.A.I.N. (Prescription Addiction Intervention Now) per smascherare il fenomeno di artwashing con cui la famiglia Sackler ha mistificato il lucro sulla salute pubblica della società statunitense, arricchendosi grazie alla commercializzazione degli oppioidi.

L’unicità dell’esperienza di Nan Goldin

La proiezione di Tutta la bellezza e il dolore, arrivata nelle sale italiane di recente (resiste ancora nelle città più grandi), si apre nel presente, precisamente nel 2018, con Nan Goldin che mette in atto, insieme agli altri membri di P.A.I.N., la prima di una lunga serie di azioni di protesta all’interno dei musei beneficiari dei finanziamenti della famiglia Sackler, proprietaria della Purdue Pharma. Così vediamo l’Harvard Art Museum, il Metropolitan Museum of Art, il Guggenheim di New York, il Louvre, la Tate Modern, la National Portrait Gallery, il Victoria and Albert Museum di Londra diventare il teatro dove vanno in scena performance artistiche di protesta. Gli attivisti coinvolti sono in buona parte persone sopravvissute alla dipendenza dal farmaco o congiunti delle vittime che lanciando flaconi di pillole, allestendo piogge di opuscoli informativi sugli effetti dell’ossicodone e oscurando le opere d’arte con i loro cartelli di denuncia vogliono «combattere la filantropia dei Sackler dall’interno».

È su questo impianto comune di smascheramento di istituzioni e sistemi che si fonda il sodalizio artistico e politico tra Nan Goldin e Laura Poitras, già nota al grande pubblico per il documentario Citizenfour, sullo scandalo spionistico della NSA denunciato da Edward Snowden, e Risk, sul fondatore di WikiLeaks Julian Assange, seguendo per tre anni la protagonista con la sua macchina da presa.

Tra le fila di queste vicende, narrate attraverso testimonianze che connotano il racconto della contemporaneità, si intreccia parallelamente un altro binario temporale della narrazione. È la vita personale della fotografa, perfettamente funzionale alla storia (oltre che antropologicamente interessante) perché si fonde con il fil rouge di tutto il racconto: destigmatizzare la dipendenza, l’Hiv, la malattia mentale, il sex work e tutte le forme di oppressione che la società americana e la stessa protagonista hanno vissuto negli anni Settanta e Ottanta.

Il personale è politico nella biografia di Nan Goldin

La dimostrazione di questo semplice assunto è evidente nel dispiegarsi del doppio filone narrativo alternato e suddiviso in sei blocchi, che scandiscono sia le fasi della vita privata di Nan che quelle della sua vita pubblica come fotografa e attivista.

Ogni blocco è intitolato a un’opera sulla sua vita “di prima” e tra questi, forse la più significativa è la celebre Ballad of Sexual Dependency, una serie fotografica di settecento istantanee a colori in cui Goldin riprende amici, familiari, persino sé stessa, intenti a vivere, semplicemente, tra autonomia e dipendenza, personale e collettiva. Tutta la bellezza e il dolore, che ritornano ciclicamente.

Questo è il binomio dialettico su cui è avviluppata tutta la sua vita. Nell’infanzia, la segna un’educazione rigida e oscurantista che ignora e reprime il disagio mentale, di cui sono vittime sia la madre (per abusi domestici nell’infanzia), che la sorella, Barbara Holly. Questo modello getta un velo di omertà, persino sulla perdita prematura della sorella, morta suicida. Di tutta risposta, Nan inizia a covare un’ossessione per la verità, per restituire dignità a tutte le “distorsioni” del reale in cui è immersa la sua epoca.

Esplusa da vari istituti, scappa da Washington per iscriversi a quella che chiama «hippie free school» a Lincoln, dove conosce David Armstrong e Suzanne Fletcher che la introdurranno in seguito Boston, nel nightclub The Other Side e la subcultura drag queen. Un mondo apparentemente frivolo e vacuo, ma che lei scopre come il più autentico.

tutta la bellezza e il dolore_ foto di Nan Goldin

Credits: Miguel Figueroa

Negli anni successivi a Bowery, dove si immerge nella sregolatezza di una comunità familiare alla dipendenza da alcol e droghe, conosce anche Brian. I due diventano amanti in una spirale di tossicità che culmina con l’autoritratto Nan One Month after Being Battered (1984), con il suo viso sfigurato dalle percosse ricevute.

Credits: Timeout.com

Il cambio di prospettiva

Il momento di massima crisi affettiva si unisce alla crisi interiore, dovuta all’ingresso implacabile dell’Aids nella sua vita, attraverso le storie di molti suoi amici che muoiono e che documenta prima di rivoluzionare la sua vita.

Nel 1988, infatti, entra in clinica per disintossicarsi ed è lì che introduce poi nel presente il racconto, anche autobiografico, della dipendenza feroce dall’antidolorifico Oxycontin, indotta da case farmaceutiche come quella dei Sackler, responsabile della morte di oltre mezzo milione di persone solo negli Stati Uniti.

L’attivismo fino ad oggi

Diviene così attivista di Act Up – Aids Coalition to Unleash Power – e si unisce al gruppo Visual Aids, promotore della giornata mondiale istituita, ormai da oltre trent’anni, il primo dicembre. Grazie a loro, Nan organizza nel 1989 la prima grande mostra sull’Aids a New York, Witnesses: Against Our Vanishing, censurata dal National Endowment for the Arts.

Alle molte critiche succedutesi per la scelta dei soggetti, la fotografa ha risposto:

«Il mio lavoro è sempre stato equivocato come riguardante un certo milieu di droghe, party selvaggi e bassifondi; ma anche se la mia famiglia è ancora marginale, e non vogliamo far parte della “società normale”, penso che il mio lavoro non abbia mai trattato di questo, ma semplicemente della condizione di essere umani, il dolore, la capacità di sopravvivere, e quanto sia difficile tutto ciò».

Nel 2017, quando si stava ancora riprendendo dalla dipendenza da ossicodone, iniziata per curare una tendinite (superata solo grazie alla buprenorfina, una strategia di “riduzione del danno” per le dipendenze come il farmaco Narcan), scopre il profitto della famiglia Sackler, per la medicalizzazione del dolore di cui è pregna la sanità americana.

Così comincia la sua battaglia politica, che la porterà, nonostante le minacce, a scoperchiare il vaso e dare impulso al dissociarsi di tutte le istituzioni artistiche, a effetto domino. Fino ad arrivare al Senato degli Stati Uniti a Washington per vedere riconosciuta una sorta di giustizia in tribunale, per lei e per tutte le vittime ascrivibili a questo eccidio.

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