Handbike e resilienza con la campionessa Natalia Beliaeva

natalia beliaeva
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Dopo un gravissimo incidente autostradale avvenuto nel 2007 la sua vita è cambiata, ma Natalia Beliaeva è riuscita, non senza fatica, a riprenderla in mano. Campionessa di handbike, siberiana di nascita e reggiana di adozione, in questi anni ha vinto quattro Giri d’Italia oltre che a un argento e un bronzo ai campionati italiani.

Oggi theWise Magazine ha incontrato per voi Natalia Beliaeva, donna e madre simbolo di resilienza, forza d’animo e sportività contro ogni pregiudizio.

Cosa ha causato la tua disabilità? Cosa è cambiato in te?

«Ho sempre vissuto una vita “normale”. Sono nata ai tempi dell’Unione Sovietica in Siberia. Ho fatto ginnastica ritmica, danza moderna e danza folkloristica russa a livelli agonistici. Mi sono anche laureata. Spinta dalla curiosità per l’Italia sono arrivata qui, dove mi sono sposata e ho avuto due figli.

Nel 2007 ho avuto un incidente autostradale. I miei figli erano molto piccoli, avevo appena smesso di allattare il maschietto, mentre mia figlia non aveva nemmeno sei anni. Sono tetraplegica, in carrozzina. Non solo non cammino ma ho anche un limitato uso delle mani, di preciso delle dita. Mi manca la presa.

Quando mi sono svegliata in ospedale, immobile e con la respirazione gestita dalle macchine, la consapevolezza di essere in questo stato è stata terribile. Non volevo essere un peso per la mia famiglia. In quei momenti però ho deciso che avrei dovuto riprendere la mia vita, soprattutto volevo riabbracciare i miei bambini. Ero consapevole che avrei dovuto impegnarmi molto e che sarebbe stato lungo e doloroso, ma ero pronta a farlo.

I primi anni sono stati duri, sono stata ricoverata in giro per l’Italia, lontano dai miei figli. A livello emotivo è stato molto difficile: ho ricominciato piano piano a muovere le mani e ho dovuto imparare nuovamente a respirare, gesto che è scontato. Ogni respiro era uno sforzo. Dopo un mese ho rivisto i miei bambini e tutti gli sforzi sono valsi quel momento. Quello è stato il mio rientro nella vita».

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Perché hai scelto proprio l’hankbike?

«Non ho scelto subito l’handbike. Durante la riabilitazione, riuscivo a fare molte meno cose rispetto ad altre persone. Mi sono allora avvicinata al tiro a segno con la carabina ad aria, ma la mia problematica era negli spostamenti. Se sei tetraplegico e non paraplegico non ti viene ridata la patente. Ho anche fatto i test con i simulatori elettronici, senza problemi, ma non si può… lascio a voi decidere se sia un bene o un male!

Ho poi provato a fare tennis, devo dire difficilissimo! Poi anche ping pong, pittura e ippoterapia. Lo consiglio a tutti, i cavalli sono animali intelligentissimi. Ho scoperto che a Reggio Emilia l’ASD Cooperatori e l’associazione A.P.R.E. avevano aperto una scuola di handbike, così spinta dalla curiosità ho voluto provare…».

Natalia Beliaeva con la maglia rosa. Foto per gentile concessione dell’intervistata.

Cosa vuol dire fare uno sport a livello agonistico convivendo con un’importante disabilità?

«Difficoltà ce ne sono tante. Essendo tetraplegica, non muovo le dita. Come cambio? Come tengo il manubrio? Come freno? Le prime volte non c’erano handbike adatte a me: mi legavano le mani al manubrio con il nastro adesivo!

Subito andavo pianissimo, ma con il tempo sono migliorata. Siamo riusciti ad avere una biciletta fatta su misura per me e dopo un grosso lavoro di sistemazione del mezzo ero pronta. Mi è stato proposto di partecipare a una gara, e come sempre, ho provato! Avevo paura di non avere la forza di arrivare in fondo, ma ho vinto la maglia rosa della prima tappa del Giro d’Italia per la mia categoria!

Certamente è soddisfacente, ma è molto impegnativo in termini economici, di tempo e ovviamente di allenamenti. Ogni volta che ci si sposta, si sta via per qualche giorno, con tutto ciò che comporta. Ogni settimana, volendo, da qualche parte per l’Italia c’è una gara!».

Natalia Beliaeva sull’handbike. Foto per gentile concessione dell’intervistata.

Secondo te, il mondo dello sport è inclusivo?

«Il mio pensiero è che lo sport faccia bene a tutti: disabili e non, giovani e anziani, chiunque. Ti trovi in compagnia di altri e socializzi. Non sei chiuso nel tuo mondo con le tue sofferenze: magari puoi anche vedere come gli altri affrontano le loro e condividerle.

Inoltre, è utile perché ti sprona a fare sempre meglio. E quando vedi il risultato, come un tempo di percorrenza migliorato, la soddisfazione è enorme. Certo, qualche mattina si può pensare “ma chi me lo ha fatto fare”, però alla fine ci si prova sempre! Così arrivano le soddisfazioni.

Per ogni persona e per ogni condizione, sono sicura, esiste uno sport adatto!».

Che consiglio ti senti di dare a qualcuno che per qualche motivo si sente debole o sconfitto, ma che vuole riprendere in mano la propria vita?

«Io dico che ogni persona ha dentro di sé una forza. Sta a noi saper tirarla fuori. Nonostante tutto quello che ho fatto, mi permetto i miei momenti di debolezza durante i quali sono triste, piango e mi arrabbio. Poi però mi dico che è ora di smetterla e di andare avanti. Dipende soltanto da me la vita che faccio! Il risultato arriva perché noi ci attiviamo per farlo arrivare. Quando siamo nati, non sapevamo camminare, leggere, scrivere o parlare. Pian piano abbiamo imparato.

Auguro a tutti di poter trovare la gioia che solo i bambini hanno e di essere curiosi nei confronti della vita!».

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Marco Capriglio

Vicepresidente di theWise Magazine, sono nato a Scandiano (RE), nella terra di Lazzaro Spallanzani e dell'Orlando Innamorato. Pedagogista e docente di sostegno, scrivo soprattutto di disabilità, inclusione e scuola. Ho una seconda identità di musicista e appassionato di militaria.