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Un uomo cattivo: cronaca e crimini del capobanda Mussolini

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Nel suo Mussolini il capobanda (Mondadori 2022) Aldo Cazzullo non fa sconti al fascismo. Un fenomeno di cui dovremmo vergognarci come italiani, spiega. Centrale nel volume è la figura di Benito Mussolini, un uomo spietato e cattivo, capace di tutto. Cazzullo mette in guardia gli estimatori del duce: pochi, ma troppi. Ancora più pericoloso sono coloro che pensano che Mussolini fosse un uomo buono che ha fatto “anche” cose buone. Regge, oggi come sotto la dittatura, il mito che fino al 1938 Mussolini le aveva azzeccate tutte. Amante delle arti e delle donne, costruttore di nuovi quartieri, bonificatore di paludi… Peccato la sbandata delle leggi razziali e del patto con la Germania nazista, si dice. Eppure, i tedeschi avrebbero fatto volentieri a meno dell’entrata in guerra degli italiani. Ma la guerra era il sogno di Mussolini, sin dal primo giorno del regime.

«Dalla parte dell’antifascismo c’era anche una minoranza di persone malvagie, che commisero delitti che non dobbiamo nascondere ma denunciare. E dalla parte del fascismo c’erano sicuramente brave persone, che a volte pagarono per colpe non loro. In ogni caso, l’antifascismo resta la parte giusta, il fascismo quella sbagliata».

L’idea della violenza è insita nel fascismo e serve per imporre il forte sul più debole, una razza su un’altra. Il capobanda Mussolini ha commesso crimini contro altri popoli: quarantamila morti in Libia, poi il gas contro gli etiopi. Ha fatto bombardare città inermi in Spagna, con l’aggressione alla Grecia, alla Francia, alla Russia. Fino al tradimento nei confronti del suo stesso popolo. Cazzullo dedica il libro a Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, Don Giovanni Minzoni, Giovanni Amendola, Antonio Gramsci. Il fascismo ha bastonato un prete, Don Luigi Sturzo; ha incarcerato un vero statista, Alcide De Gasperi. Ha aggredito un Santo, Piergiorgio Frassati.

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Gobetti definì il fascismo l’autobiografia della nazione, impaurita dal biennio rosso e dalla rivoluzione in Russia. E via via il capobanda Mussolini si è fatto sempre più criminale. Certo la razzia nel ghetto di Roma fu opera dei nazisti, ma a prendere gli ebrei casa per casa a Venezia furono i fascisti. Nei campi di sterminio sono morti oltre ottomila ebrei italiani. Fu Filippo Turati che nel 1923 definì Mussolini il capobanda. Definizione che avrebbe usato vent’anni dopo anche Giuseppe Bottai. «La scelta tra il nazifascismo e la democrazia non è una scelta tra destra e sinistra, ma tra civiltà e barbarie», scrive Cazzullo. Il quale fa piazza pulita sull’immagine del duce virile, giusto, buono, onesto, seduttore, il buon padre di famiglia.

Il libro poggia su due tesi. Prima: non tutti gli italiani erano stati fascisti. Seconda: l’antifascismo non è una cosa di sinistra. L’autore ripercorre da inizio la storia del duce amatore. Si racconta che nell’epoca d’oro del fascismo gli offrissero una donna al giorno. Mussolini, ricorda Cazzullo, era stato violento sin da bambino. A scuola andava con il coltello e prendeva a sassate i compagni. La sorella, Edvige Mussolini, ha raccontato i suoi rapporti con le donne: determinati da crudeltà e abbandono. Cazzullo racconta la storia del figlio Benito Albino Mussolini avuto da Ida Dalser. In seguito, i due vennero passati per pazzi, ma in realtà erano semplicemente fastidiosi per il padrone d’Italia. L’inchiesta giornalistica fu iniziata dal giornalista trentino Alfredo Pieroni. Dalser si era diplomata a Parigi in medicina estetica e aveva aperto un salone di bellezza. Aveva aiutato finanziariamente il capobanda, che nel frattempo, viveva con un’altra donna, Rachele Guidi – che accettava i tradimenti del marito, da Angelica Balabanoff a Margherita Sarfatti. Benito Albino nacque l’11 novembre 1915.

Ida Dalser con il figlio Benito Albino. Foto: Wikimedia Commons.

Mussolini dovette riconoscere il figlio, ma non versava gli alimenti alla Dalser. Arnaldo Mussolini, fratello del dittatore, mite e cattolico, prese sotto la sua ala il nipote. La Dalser venne ricoverata a forza nel manicomio di Pergine Valsugana, dove rimase undici anni. Scrisse al Papa, al re ma nessuna lettera venne spedita per ordine di Mussolini. La Dalser si spense nel 1937. Quando a Benito Albino, questi andò in un orfanatrofio. Quando vide il ritratto di Mussolini appeso alla parete disse in pubblico che quella era suo padre. Morì nel 1942. Nel frattempo, il capobanda Mussolini si fece conoscere. Il 23 marzo 1919 fondò i Fasci di combattimento. Nel 1919 fascisti facevano fatica a presentare le liste. Mussolini raccolse 2427 preferenze. Le sue squadracce erano dei criminali di professione. Facevano bere olio di ricino, usavano armi e violenza. Bastonavano e facevano uso di alcol e droga.

Nel maggio 1921 il capobanda Mussolini entrò a Montecitorio con trentaquattro fascisti. Il presidente della Camera Enrico De Nicola e il presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi cercano di mediare tra fascisti e socialisti. Cesare Mori divenne il nuovo nemico di Mussolini. Prefetto di Bologna, nel febbraio 1921 fece arrestare ottantaquattro camicie nere. In seguito, il duce avrebbe avuto bisogno di un prefetto di ferro per combattere la mafia in Sicilia. E lo mandò sull’isola. Tra violenze e intimidazioni, si arrivò all’ottobre 1922. «La marcia su Roma non fu un fortunato azzardo, né un’avventata scommessa. Fu il frutto avvelenato di tre anni di violenze». Benedetto Croce (che nel 1925 scrisse il Manifesto degli intellettuali antifascisti a cui aderirono Luigi Einaudi, Luigi Albertini, Piero Calamandrei, Gaetano Salvemini), insieme a De Gasperi e Giovanni Giolitti, credeva che Mussolini sarebbe durato poco. Il 28 ottobre 1922 fu il giorno dell’insurrezione fascista, guidata da quattro uomini.

File:Marcia 1922 - Roma o Morte.jpg - Wikimedia Commons
Partecipanti alla maria su Roma. Foto: Wikimedia Commons.

Italo Balbo era il picchiatore di Ferrara. Michele Bianchi, calabrese, ex socialista, squadrista in massone, il segretario del partito. Emilio De Bono, di mezza età, un generale durante la prima guerra mondiale. Cesare Maria De Vecchi, piemontese, definito da Gabriele D’Annunzio «una nullità tonante» e «un cazzo con i baffi». De Bono e De Vecchi avrebbero votato contro il duce al Gran Consiglio, il 25 luglio 1943. Il primo finirà nelle mani dei tedeschi e sarà fucilato. Il secondo si metterà sotto la protezione di Vittorio Emanuele III. Durante la marcia su Roma, Mussolini restò a Milano. Poi dormì a Como dalla Sarfatti, pronto per scappare in Svizzera se le cose si fossero messe male. Luigi Facta, presidente del Consiglio, spaventato dalla marcia su Roma, fece sottoscrivere al re un decreto sullo stato d’assedio, ma il re lo chiuse in un cassetto. A difendere la capitale, appena ottomila uomini.

Vittorio Emanuele voleva evitare una guerra civile anche perché aveva paura delle simpatie fasciste nell’esercito. Al Quirinale iniziarono le consultazioni per un nuovo governo. De Nicola consigliò Giolitti, odiato dai popolari. De Vecchi incontrò il re e si dimostrò favorevole a un altro governo presieduto da Antonio Salandra. «Ma ho bisogno della conferma di Mussolini», rispose De Vecchi. Si vociferava che il capobanda Mussolini potesse fare il ministro dell’Interno, ma alla fine ricevette l’incarico. Dalla redazione del Popolo d’Italia, di cui era direttore, disse al fratello: «Sui fos e ba’», se fosse qui il papà. Donna Rachele gli preparò la valigia. Sotto l’abitazione, lo attendeva la Sarfatti che lo accompagnò alla stazione Centrale. Arrivò a Termini alle 11 del mattino. Con una camicia nera, pantaloni grigio-verdi e gli stivaloni. Cazzullo ricorda che la famosa frase: «Maestà, le porto l’Italia di Vittorio Veneto», non venne pronunciata.

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Foto: La Stampa.

Poi alle 19 Mussolini tornò dal re con la lista dei ministri. Il 17 novembre la Camera votò la fiducia al nuovo governo. 306 su 429 dissero di sì. I fascisti a Montecitorio erano appena trentacinque. Mussolini il capobanda si presentò come il padre della nazione. «Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli. Potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti […] ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto». Matteotti e qualche altro socialista coraggioso grideranno: «Viva il Parlamento»; i comunisti: «Abbasso il Parlamento». Tutta la classe dirigente del tempo votò la fiducia al capobanda: Vittorio Emanuele Orlando, Giolitti, Bonomi, Salandra. Anche Salvemini, nemico giurato di Giolitti, strizzò l’occhio al regime. Il Popolo ospitava la pubblicità con i primi busti del Duce a trenta lire. Tuttavia, Mussolini sapeva di doversi guadagnare la fiducia del re e di molti italiani.

Ridimensionò le camicie nere e promise di salvaguardare la libertà di stampa: «Purché la stampa sia degna della libertà. La libertà non è soltanto un diritto, è anche un dovere». Torino è la città che i fascisti non hanno ancora domato. È la città di Gobetti, la più operaia d’Italia. I comunisti del tempo erano torinesi di nascita o formazione: Gramsci, Umberto Terracini, Giancarlo Pajetta, Luigi Longo, Pietro Secchia, Palmiro Togliatti, Angelo Tasca. Tutti hanno sottovalutato Mussolini. E le voci dell’antifascismo torinese si spensero una dopo l’altra. Cazzullo riflette sulle responsabilità meno note di Mussolini: quella, ad esempio, di avere privato il Paese di figure importanti. Dal liberale Amendola al marxista Gramsci. Dal socialista Matteotti al riformista Carlo Rosselli. Il regime prediligeva il merito all’obbedienza, il silenzio alla discussione, ricorda Cazzullo. Dopo il caso Matteotti il popolo italiano si commosse, ma i fascisti reagirono con la violenza.

In questo momento Giacomo Puccini e Luigi Pirandello aderirono al regime. Il 3 gennaio 1925 il capobanda Mussolini scommise ancora: «Ebbene, io dichiaro qui al cospetto di questa assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano che assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. […] Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello e non invece una superba passione della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere […] a me la responsabilità di questo». La presa da parte del regime di società e istituzioni si inasprì. Ai prefetti venne ordinato di impedire le proteste di organizzazioni antifasciste. I passaporti confiscati; il sindaco sostituito dal potestà; ristabilita la pena di morte; sciolti tutti i partiti eccetto quello fascista. 123 deputati di opposizione vengono espulsi. Gramsci e Togliatti arrestati.

Novantacinque anni fa il Manifesto degli intellettuali antifascisti -  HuffPost Italia

Saccheggiate le case di Croce ed Emilio Lussu. Giovanni Gentile scrisse il Manifesto degli intellettuali fascisti, a cui aderirono, tra gli altri, Ugo Ojetti, Luigi Barzini e Giuseppe Ungaretti. Albertini fu costretto a lasciare il Corriere. Mussolini voleva sbarazzarsi del Re e creare una repubblica. Il 31 ottobre 1926 fu sventato un attentato al duce e Anteo Zamboni fu linciato. La sera stessa, ricorda Cazzullo, Mussolini scrisse nuove norme. Tra queste, «lo scioglimento di tutte le associazioni non fasciste, compresi i boy-scout; deportazione di tutti i sospetti di antifascismo; ordine di far fuoco senza preavviso su chiunque tenti di varcare la frontiera».

«Ora il Duce è decisamente di buon umore. L’ulcera è molto migliorata. Lui si riprende il ministero degli Interni, si attribuisce definitivamente gli Esteri di cui aveva l’interim, e già che c’è assegna a sé stesso pure Guerra, Marina, Aeronautica, Colonie e il nuovo ministero delle Corporazioni».

Più il tempo passava, più Mussolini celebrava il proprio mito. Trebbiatore, tennista, marinaio, cavallerizzo, aviatore, minatore, spaccapietre. Il capobanda Mussolini volle creare il nuovo italiano, l’italiano fascista. Aboliti i sindacati, il diritto allo sciopero e la libera contrattazione tra le parti. Abolito il Capodanno. Abolito il “lei”, per il “voi”. Poi la tassa sui possessori di cani, così come chi non si sposava. Per il Duce la missione delle donne era essere madri: le donne non potevano insegnare alcune materie al liceo. E l’Italia doveva diventare un Paese autarchico. Cazzullo ricorda che durante il fascismo il tasso di natalità diminuì. Nel 1926 nascevano ventinove bambini ogni mille abitanti. Quattro anni dopo si scese a venticinque. Nel 1937 erano ventitré. Con il capobanda al potere, gli italiani hanno fatto meno figli. Il nuovo Codice penale del 1930 prevedeva il delitto d’onore.

Stupro e incesto vennero derubricati come reati contro la morale, non contro la persona. Inasprimento delle pene per l’aborto; introduzione del matrimonio riparatore, secondo cui se una donna viene violentata e poi sposata il reato è estinto. Cazzullo ricostruisce inoltre la personalità di Mussolini, che di economia non sapeva nulla, ma intendeva onorare i debiti di guerra con gli inglesi e gli americani. Ecco perché i conservatori statunitensi e inglesi apprezzavano Mussolini, con qualche eccezione. Nel 1939, ricorda l’autore, i salari degli operai erano più bassi rispetto a quelli del 1922. Il regime ha investito molto a Roma. Il capobanda Mussolini rilanciò il mito della città eterna. Diede il via libera per esperimenti su cavie umane. Il regime mise sotto il torchio non solo la politica, ma la società tutta. La percentuale delle sentenze di condanna era altissima – in tribunale Sandro Pertini venne pestato.

L’isola di Ventotene divenne la capitale per i confinati ed era sorvegliata tutto il giorno. Qui nel 1941 Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi scrissero il famoso manifesto che prefigurò un’Europa unita. Cazzullo smentisce diverse panzane che girano sul fascismo. Non è vero che durante questi vent’anni non si rubava: solo che non se ne dava notizia. Mussolini acquisì anche diverse armi di ricatto, tra cui intercettazioni telefoniche e storie sugli amori dei gerarchi. Diventò un criminale internazionale quando condusse la campagna di Libia. La popolazione nomade della Cirenaica Settentrionale fu deportata nei campi di concentramento. Oltre centomila donne, vecchi e bambini dovettero lasciare le loro capanne. Il novanta per cento degli ovini fu ucciso. La guerra che il duce ha sempre voluto si stava avvicinando all’età degli anni Trenta. Il capobanda Mussolini era alla ricerca di una vittoria facile e non dispendiosa.

1941-06: 01 – Manifesto di Ventotene – Storia e Memoria Bassa Romagna

Furono aspre le polemiche contro la società delle Nazioni quando l’Italia invase l’Abissinia nel 1935. Ma l’isolamento internazionale rafforzò il regime. In Africa Mussolini fece usare i gas e l’iprite. Militarismo ovunque nella società italiana. Nella guerra civile spagnola l’Italia fascista partecipò ai massacri di Guernica. Mussolini stesso ordinò di bombardare le città repubblicane, tra cui Barcellona, su cui caddero quarantaquattro tonnellate di bombe. L’avventura spagnola glorificò Mussolini. Serviva a dimostrare al nuovo alleato, Adolf Hitler, che anche l’Italia sapeva essere feroce. I due s’incontrarono per la prima volta a Venezia nel 1934. Cazzullo definisce Hitler come pallido e smorto con un cappello grigio floscio. Mussolini disse che non gli piaceva. Il sottosegretario agli Esteri Fulvio Suvich confidò: «Questo Hitler, che pulcinella». «Mi ha letto lunghi brani del suo Mein Kampf e mi ha catechizzato sulla superiorità razziale dei tedeschi», raccontò Mussolini dopo l’incontro.

Per orgoglio il dDuce rifiutava l’interprete dal momento che parlottava il tedesco. Visti i successi di Hitler, Mussolini iniziò a temere il Führer tanto da definirlo «un orribile degenerato sessuale, un pazzo pericoloso». Dal nazismo Mussolini importò la militarizzazione della società e la persecuzione degli ebrei. Nel 1937, con Mit brenneder Sorge, papa Pio XI condannò il razzismo e si chiese come mai l’Italia si fosse ridotta a seguire la Germania. Cazzullo ricorda come Mussolini potesse essere tutto e il contrario di tutto. Al capo dell’organizzazione sionista Chaim Weizmann disse di essere un sionista. Al telefono con Giorgio Pini, il direttore del Popolo, affermò di essere un antisemita. Ma ebrei sono persone a lui molto vicine come Sarfatti e Balabanoff, così come Emil Ludwig. Le leggi antisemite italiane non erano più blande rispetto a quelle tedesche. E non è vero che furono applicate con meno severità.

Il 5 settembre 1938 entrarono in vigore su disposizione del Gran Consiglio. Agli ebrei fu impedito di insegnare nelle scuole pubbliche e iscriversi all’università. «L’italiano medio non si è sempre distinto per coraggio e solidarietà verso le piccole comunità colpite da ingiustizie e disgrazie; ma stavolta non capisce questo problema inventato, non comprende la ragione per cui far soffrire inutilmente famiglie, bambini, persone che sono pur sempre sue compatriote». A Torino Edgardo Sogno passeggiava con una stella gialla sul petto e così espresse solidarietà ai perseguitati. Nacque La Difesa della Razza, giornale diretto da Telesio Interlandi; segretario di redazione Giorgio Almirante. Poi le leggi razziali s’incrudirono. Venne impedito di rappresentare drammi e commedie di autori ebrei. Gli ebrei furono cancellati dagli elenchi del telefono e non potevano firmare articoli neanche sotto pseudonimo. Sarfatti era la prima critica d’arte italiana e l’amica di Umberto Boccioni e Mario Sironi.

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Fu lei a introdurlo nel salotto di Turati e Anna Kuliscioff, ricorda Cazzullo. «Mussolini l’ha usata e l’ha abbandonata quando non gli serviva più». Sarfatti, come D’Annunzio, era contraria all’alleanza con la Germania; si rifugiò in Sudamerica, ma sua sorella morì ad Auschwitz. Il patto di acciaio del 22 maggio 1939 segnò il punto di non ritorno per Mussolini. Che s’illuse che la guerra sarebbe durata poco. Dopo gli accordi di Monaco, il Re – non entusiasta delle leggi razziali che aveva firmato – chiese a Mussolini se egli non fosse diventato il Gauleiter di Hitler in Italia. Mussolini ci rimase male e si sfogò con Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri. «Se Hitler avesse avuto tra i piedi una testa di cazzo di re non avrebbe mai potuto prendere l’Austria e la Cecoslovacchia!». Hitler temeva l’infedeltà degli italiani e non aveva bisogno di loro sul campo di battaglia.

Il 18 marzo 1940 Mussolini incontrò Hitler al Brennero. Colloquio di due ore e mezza. Parlò praticamente solo Hitler e Mussolini faceva cenno all’interprete di aver capito tutto. «Quell’Hitler è qualcosa di mezzo tra Giovanna d’Arco e Charlot». Di Joseph Goebbels disse: «Merita di essere considerato con una certa indulgenza, con la benevolenza alla quale hanno diritto tutti gli sciancati». Di Hermann Göring: «Un po’ troppo grasso per posare a eroe». Ma l’amara verità era che l’esercito italiano non era pronto. Le armi erano poche, vecchie e insufficienti. Pietro Badoglio era convinto che la guerra la facessero i cannoni, il mulo e il fucile, ricorda amaramente Cazzullo. L’esercito italiano abituato alla vita di caserma e al mantenimento dell’ordine pubblico non si esercitò per la guerra che stava per abbattersi in Europa. Ministro della Guerra, il capobanda Mussolini che non aveva dotato il suo Paese neppure dei carri armati.

«Il Duce ha parlato di guerra per vent’anni, ma non l’ha preparata. E ora, dopo averla a lungo annunciata, è impaziente di farla». Quando i tedeschi entrano a Parigi, il duce entrò in guerra per avanzare nuove espansioni territoriali in Savoia. I francesi si lamentarono: l’Italia aveva dichiarato guerra, senza farla. Balbo venne abbattuto nel cielo di Tobruk. E Roma poi attaccò la Grecia. «Mi dimetto da italiano se qualcuno trova difficoltà a battersi con i greci». Tuttavia, a «spezzare le reni alla Grecia» furono i nazisti. L’asservimento alla Germania nazista fu sempre più palese. Mussolini capì che l’attacco all’URSS era un’estensione della guerra al mondo. Hitler cercò di dissuadere Mussolini dall’intervento a Est. Quando poi la macchina della morte si inceppò a Stalingrado, i giornali tedeschi diedero la colpa agli italiani. Cazzullo ricorda come gli operatori di guerra filmassero gli italiani in fuga.

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Mussolini intanto annetté la provincia di Lubiana. Se i tedeschi fecero razzia in Grecia, gli italiani dividevano spesso e volentieri il rancio con i greci. Nel frattempo, in Italia non si trovavano né benzina, né sapone, né caffè, né zucchero, né scarpe, né carne, né pane, né farina. Tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio tolse al capobanda Mussolini i poteri della guerra e li restituì al re. La mozione Grandi venne letta ad alta voce mentre Mussolini si metteva le mani agli occhi. Dino Grandi fu durissimo: «Che cosa hai fatto nei diciassette anni in cui sei stato capo del governo e hai tenuto i tre ministeri militari?». Sulla RSI scrive Cazzullo: «Estimatori e difensori di Mussolini sostengono ancora oggi che sia stato costretto da Hitler a mettersi a capo di uno Stato fantoccio dei tedeschi. Che l’abbia fatto per evitare agli italiani punizioni peggiori».

In questo periodo, «una parte degli italiani finisce al servizio dei tedeschi. Collabora alla persecuzione degli ebrei e alla repressione della Resistenza». Il martirio degli ebrei iniziò subito dopo l’8 settembre. Mussolini sapeva che gli ebrei finivano ad Auschwitz. Il 16 ottobre 1943 a Roma le SS rastrellarono 1259 ebrei. Due giorni dopo 1022 vennero portati ad Auschwitz. Solo 16 fecero ritorno. Ma gli ebrei partecipano anche alla resistenza: tra loro Elio Toaff, Leo Valiani, Primo Levi, Carlo Levi, Vittorio Foa. Il controllo dei nazisti sulla RSI prevedeva anche che gli articoli del Ddce passassero il vaglio della censura. «Il mito di un duce caritatevole che tenta di stemperare gli eccessi di Hitler è falso», ricorda Cazzullo. Nella disgrazia, Claretta Petacci seguì il suo uomo. Rachele pensò al suicidio con il veleno. Edda Mussolini pregava il padre di risparmiare Ciano, condannato a morte per aver firmato la mozione Grandi.

Nella Tana del Lupo a Rastenburg incontrò Hitler, appena scampato all’operazione Valchiria. Il capobanda Mussolini era disperato, non toccava cibo; bevve solo cognac. Vagheggiò di scappare in Valtellina portando con sé le ceneri di Dante Alighieri. Come dire che l’Italia moriva con lui, ricorda Cazzullo. Mandò avanti il figlio, Vittorio Mussolini, per contattare il cardinale di Milano, Idelfonso Schuster. Niente da fare: il suo destino era segnato. Conclude Cazzullo: «Per Mussolini, i cittadini non erano tutti uguali. Gli uomini valevano più delle donne, i bianchi dei neri, gli italofoni degli slavi […], i cattolici degli ebrei, i fascisti degli antifascisti, gli eterosessuali degli omosessuali». E infine: «Il fascismo non credeva che gli uomini nascessero liberi e uguali. Non credeva alla libertà, perché pensava che più della persona contasse lo Stato, che si identificava nel partito, che si identificava nel dittatore».

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Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, classe 1997, MA in Relazioni Internazionali, BSc in Comunicazione, giornalista freelance, gestisce “Blackstar”, www.amedeogasparini.com

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