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La liturgia suicida della politica nel racconto della rielezione di Mattarella

Mattarella
Fonte: profilo Instagram @quirinale.
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La rielezione di Sergio Mattarella come presidente della Repubblica certifica uno stato di profonda crisi all’interno del sistema dei partiti e rappresenta un’occasione persa da parte della classe politica italiana. Le trattative per nominare un nuovo inquilino al Quirinale sono state profondamente legate al destino di Mario Draghi e della legislatura; alla fine si è deciso di non decidere. Ogni tentativo di proporre un nome alternativo si è arenato di fronte all’evidente frammentarietà del Parlamento e agli interessi in gioco. Lo spettacolo politico è andato in scena nella sua versione più classica, con l’obiettivo di preservare convenienze specifiche (e limitate nel tempo) rispetto al perseguimento dell’interesse generale. La liturgia della politica si è dimostrata ancora una volta suicida, nell’eterno ritorno di riti che non fanno altro che espandere di un pezzetto alla volta il solco esistente tra i partiti e la società civile. 

Il peso di Palazzo Chigi 

Che questa elezione del Presidente della Repubblica fosse, più di altre, legata alle sorti del governo e della legislatura era chiaro fin dall’inizio. Da un lato c’era la volontà non troppo velata da parte di Draghi di salire al Quirinale, questione non di poco conto visto il peso specifico della personalità in campo. Dall’altro esisteva la necessità diffusa di evitare spaccature nella maggioranza, che avrebbero portato a elezioni anticipate. Infatti il nome di Sergio Mattarella, nonostante la dichiarata indisponibilità da parte del Capo dello Stato di proseguire il suo mandato, è uscito subito alle prime votazioni. Ed è cresciuto giorno dopo giorno fino a essere accolto anche dai leader dei partiti. 

La missione fallita del centrodestra 

Dopo una prima giornata in cui si è parlato più di Palazzo Chigi che di Quirinale, sono iniziate le trattative tra i diversi leader. Nella giornata di martedì c’è stata una conferenza stampa di Salvini, Meloni e Tajani. I tre leader hanno proposto Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera come possibili candidature, salvo poi non votarne nemmeno una in aula (con l’eccezione di Fdi che, dopo la rottura con la Lega, ha votato Nordio gli ultimi due giorni). L’iniziale volontà del centrodestra di apparire unito è andata presto a schiantarsi contro la realtà dei fatti. Innanzitutto, il centrodestra parlamentare non esisteva già da un anno, cioè da quando il partito di Giorgia Meloni aveva deciso di stare all’opposizione del governo Draghi. In secondo luogo, sia all’interno della Lega sia in Forza Italia esistevano problemi di leadership, che sono diventati lampanti al momento della salita al patibolo della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Un Parlamento frammentato 

I problemi di leadership non erano di certo caratteristica solo della parte destra dello schieramento politico, anzi. Il distacco esistente tra i gruppi parlamentari e i partiti di riferimento, soprattutto all’interno del Movimento 5 Stelle, erano ben noti. Man mano che i parlamentari andavano a votare, erano sempre più chiari i segnali di autonomia da parte di un nutrito gruppo di deputati e senatori (all’interno del quale faceva parte anche un gruppo misto mai così ampio). È diventato sempre più chiaro, per fare un esempio, che nel centrosinistra i voti indipendenti non arrivassero solo da membri del Movimento. Non a caso i diversi leader dei partiti hanno fatto più volte ricorso durante le votazioni all’astensione. In un momento per evitare brutte figure (vedi la scelta di Salvini dopo il timido successo di Crosetto in aula), in altri per prendere tempo. 

La questione del metodo

Con il doppio obiettivo di mantenere lo status quo e quello di non esporsi a figuracce, Enrico Letta e Matteo Renzi si sono mossi con cautela, senza forzare la mano. Erano consapevoli che, al di là delle dichiarazioni degli avversari, il centrodestra non avesse i numeri per eleggere il Presidente della Repubblica. Erano però allo stesso tempo sicuri di non poter fare altrettanto. Hanno dunque nascosto le loro carte (Draghi e Casini) evitando di esporle sul piano mediatico. Si sono nascosti dietro la questione del “metodo”, affermando che il nuovo presidente dovesse essere eletto grazie a una scelta condivisa. I due vecchi nemici hanno dimostrato senza dubbio maggiore sensibilità politica del loro principale avversario. Non solo hanno prestato maggiore attenzione ai segnali del Parlamento, ma hanno anche evitato di scatenare un circo mediatico intorno a possibili nomi. Il metodo, dunque, non era solo una questione di forma, ma anche di sostanza

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Linadeguatezza di Matteo Salvini

Matteo Salvini, al contrario, ha gestito la questione quasi come fosse in campagna elettorale, che è l’unica cosa che un poco gli riesce ma che in questo caso è stata invece l’esempio della sua inadeguatezza. Un settimana tragica per il leader della Lega, conclusasi con un’imbarazzante conferenza stampa nella mattinata di venerdì. Di fronte ai giornalisti ha infatti usato la presenza di Laura Ravetto e Erika Stefani per alimentare la sua debolissima narrazione di volere eleggere una donna al Quirinale. Il tutto mentre Elisabetta Casellati, seconda carica dello Stato, otteneva la miseria di 382 voti in aula.  

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Venerdì sera si è arrivati alla resa dei conti, per chiunque. Salvini ha proposto (in sintonia con Conte) un nome che era già circolato, quello di Elisabetta Belloni, capo del DIS. La sua candidatura è stata bocciata da più parti, e ha permesso a Forza Italia e a Fdi di svincolarsi dalla Lega e a Luigi di Maio di riaffermare la sua leadership all’interno del Movimento 5 Stelle. A quel punto, l’unica soluzione per tutti era quella di tornare da Mattarella pregandolo di rimanere

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Vincitori e vinti 

Di fronte alla netta sconfitta politica di Salvini, si può forse dire che Enrico Letta e Matteo Renzi siano usciti vincitori? Dipende da quale punto si vuole analizzare la liturgia politica che ha accompagnato la rielezione di Mattarella. Se si pensa infatti agli obiettivi strategici di breve periodo sì, abbiamo dei vincitori. Il Capo dello Stato e il capo del governo sono rimasti gli stessi, l’ipotesi di voto anticipato è stata scongiurata e la spaccatura nello schieramento avversario è emersa in modo chiaro e netto. Matteo Renzi ed Enrico Letta hanno portato a casa il risultato.

Istituzionalizzazione dei partiti, l’ennesimo capitolo

Se invece guardiamo le cose più dall’alto, provando per un momento ad astrarci dal contesto particolare e ad abbracciare invece il quadro generale, è evidente che la classe politica italiana abbia perso un’altra occasione. Gli applausi dei parlamentari e la soddisfazione generale per la rielezione di Mattarella – dopo le sue frequenti dimostrazioni di indisponibilità, è sempre bene ricordarlo – tracciano in modo ineludibile, se ancora ce ne fosse bisogno, la crisi del sistema partitocratico. 

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Il ruolo dei partiti all’interno di un sistema democratico sano è infatti quello di fungere da mediatori tra le istituzioni e la società civile. Nel corso della storia recente le organizzazioni politiche hanno via via abbandonato questa posizione “mediana”. Si sono avvicinate invece sempre di più al polo delle istituzioni e, di conseguenza, si sono allontanate dalla società civile. Aver legato l’elezione della guida dello Stato alla stabilità di un governo di larghissima maggioranza che durerà al massimo ancora un anno è l’ennesimo esempio della progressiva istituzionalizzazione dei partiti. Oltretutto facendo diventare prassi un meccanismo che era stato giudicato come eccezionale alla rielezione di Napolitano. 

Leggi anche: Piccolo vademecum sul populismo, parte terza.

Lo squilibrio dei poteri 

L’ipotesi di avere la stessa persona alla guida della Repubblica per quattordici anni, infatti, non è proprio ciò a cui si pensa quando si parla di alternanza al potere. Inoltre, i sette anni della durata del mandato sono calcolati idealmente per garantire una certa stabilità e allo stesso tempo evitare la coincidenza delle elezioni del Presidente con quelle del Parlamento. In sostanza, per svincolare le sorti del Capo dello Stato da quelle della legislatura, che dura cinque anni.

Di fronte alla progressiva istituzionalizzazione dei partiti il Capo dello Stato acquista sempre più potere, come dimostra la storia delle ultime due legislature. Il Parlamento, cioè il luogo dove dovrebbe concretizzarsi nelle azioni quella posizione “mediana” dei partiti, risulta sempre più indebolito. Nell’attuale Parlamento l’opposizione è garantita solamente da una forza politica. Alle prossime elezioni, inoltre, il numero di deputati e senatori sarà drasticamente ridotto. 

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Una liturgia suicida

Lo scivolamento dei partiti verso le Istituzioni contribuisce dunque ad accentrare il potere e a renderlo sempre meno accessibile ai diversi segmenti della società civile. Sicuramente non un bene per la democrazia. Siamo dunque davvero sicuri che ci siano dei vincitori e dei vinti al termine di questa contesa politica? O forse quello a cui abbiamo assistito è l’ennesimo esempio di una liturgia politica che, ormai neanche troppo alla lunga, rischia di essere suicida per il sistema dei partiti stessi?

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Daniel Bonfanti

Classe '94, studioso di politica, appassionato di calcio. Polemico il giusto. Redattore per TheWiseMagazine. Caporedattore per NumeroDiez.

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