La Russia di Putin e quella nostalgia zarista

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Una della più autorevoli voci ad aver trattato il complesso tema della politica russa nel ventunesimo secolo è stata quella di Anna Politkovskaja.  Nella sofisticata analisi della scalata al potere di Vladimir Putin e delle incongruenze endemiche della società post-sovietica, la giornalista russa-statunitense, anche con il suo sacrificio personale, ha permesso di fare chiarezza circa l’aura che da sempre avvolge il signore del Cremlino. Il libro La Russia di Putin spazia tra le contraddizioni delle periferie russe, con ritratti dei protagonisti delle guerre cecene e delle lotte politiche, per delineare lo spaccato di un Paese profondamente scisso nelle sue infinite eterogeneità e mai capace di superare del tutto i propri retaggi sovietici.

Il ritratto di Putin che ne fuoriesce è impietoso. L’uomo forte della RU viene descritto come una figura ancora molto legata al suo passato di colonnello del Kgb e divorata dalle ambizioni imperiali. Un sovrano incapace di allontanarsi da quella linea antidemocratica volta a perseguitare e eliminare in modo sistematico gli oppositori del regime. La cornice offerta dalla Politkovskaja, quanto mai attuale, tratteggia la società russa come ancora profondamente intrisa di corruzione e paura. Il racconto fornisce una chiave di interpretazione attraverso la quale leggere gli attuali avvenimenti politici di cui la Federazione russa è protagonista. 

La storia della Russia è una storia complessa, di ideali coesivi che si scontrano con istanze autonomistiche e secessioniste, ma anche e soprattutto di repressioni sotto l’egida del progresso economico e sociale. Quella di oggi, così come appare a chi cerca di comprenderla, è una Russia soffocata dietro la facciata di una democrazia in fieri. Un Paese alla ricerca di sé stesso, ancora profondamente avvelenato di sovietismo. 

Il centro del mondo è ancora la Russia? 

Vale la pena chiederselo oggi, soprattutto alla luce della (parziale) copertura mediatica riservata al capo del Cremlino in tempi recenti. Se da un lato, infatti, a far notizia è l’ultimatum dato da Putin agli Stati Uniti circa l’annessione dell’Ucraina alla NATO e più in assoluto lo scontro agitato dal primo nei confronti dell’ex repubblica sovietica, dall’altro canto poca attenzione sembra aver ricevuto invece il recente accordo di cooperazione militare ed economica, stipulato il 6 dicembre da Russia e India. 

Seguendo l’ordine cronologico degli eventi, la Federazione russa torna sul palcoscenico della politica internazionale ad aprile, per via dell’annosa questione ucraina. L’ex repubblica sovietica rappresenta infatti un pezzo consistente e, mai così come adesso, cruciale nel gioco geopolitico che ruota intorno alla nazione più grande del mondo. 

Facendo un passo indietro nel tempo, è possibile infatti ricollegare i punti che circoscrivono l’attuale assetto politico russo, delineando un filo rosso di ispirazione imperialista che sembra connettere tutte le scelte del principe del Cremlino. 

Verso l’Ucraina…

Resasi de iure indipendente nel 1991, l’Ucraina è rimasta in realtà sempre intimamente dipendente dalla madrepatria sovietica, venendo percepita da quest’ultima come parte della propria sfera d’influenza e attrazione. 

Il conflitto che ne consegue nel 2014 è la dimostrazione dell’inarrestabile spinta conquistatrice di Putin, deciso ad annettere una alla volta le regioni appartenenti all’Ucraina ma il cui possesso era contestato dalla Federazione stessa. 

Non essendo riuscita nel suo intento con la salita al potere del presidente filorusso Viktor Yanukovich, cacciato dal governo ucraino nel tentativo dell’ex repubblica sovietica di intavolare un’alleanza, seppur debole, con l’Occidente, la Russia ha provveduto con altri mezzi. 

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La progressiva adesione degli ex Paesi sovietici all’interno dell’organizzazione internazionale atlantica, per convenienza strategica ed economica, aveva inasprito i timori di un allargamento indebito dell’influenza occidentale sulla regione, con conseguente minaccia di accerchiamento diplomatico e militare. L’ossessione di Putin e di tutto l’apparato statale russo circa l’espansione della NATO ha portato, nel marzo 2014, a seguito dello schiacciante esito positivo nel referendum sull’autodeterminazione della Crimea, all’integrazione coatta della regione ucraina orientale all’interno della Federazione e alla conseguente espansione a macchia d’olio nell’intera area. 

Le pretese imperialiste del re del Cremlino, però, hanno trovato un freno abbastanza presto quando, nel marzo dello stesso anno, l’UE emanò una serie di sanzioni economiche, diplomatiche e di tipo individuale (congelamento dei beni) contro la Russia, vincolate al rispetto degli accordi di Minsk in specifici settori di rilevanza strategica. 

A dimostrare come il rispetto dei ruoli alle volte soccomba agli interessi in gioco è stato il progressivo incremento del numero di contingenti russi al confine con la Crimea, verificatosi dal 2016 a oggi. Il che riporta all’attualità della vicenda, dove ad affiancare le forze separatiste del Donbass fedeli al Cremlino ci sarebbero, stando a quanto riporta il Washington Post, circa centosettantacinquemila soldati divisi in cento battaglioni tattici, pronti a un’invasione dell’Ucraina già sul finire del prossimo gennaio. La parvenza di una concretizzazione della tanto paventata annessione dell’Ucraina alla NATO ha innescato una serie di contromisure aggressive da parte di Putin, per il quale la sola idea della presenza di una potenza controllata dagli Stati Uniti proprio ai confini nazionali della Russia è motivo di terrore. 

Altrettanto perentoria non si può definire la risposta dei Paesi europei, il cui generico e vago sostegno politico offerto all’Ucraina sembra essere figlio della paura di inimicarsi una potenza che, per influenza energetica ed economica sulle sorti continentali, gioca ancora un ruolo di portata storica. 

… e verso l’India

Parallelamente alla questione ucraina, la Russia ha concluso a inizio dicembre un accordo militare ed economico con l’India, accordo che per complessità e rilievo politico acquisisce enorme interesse sotto diversi punti di vista. 

In termini economico-militari, l’accordo tra le due potenze sancisce il rinnovamento decennale della cooperazione in atto dal 2018. Tale cooperazione prevede la fornitura all’India dei sistemi di difesa antiaerea russi S-400 e la firma di ventotto accordi economici volti a rafforzare ulteriormente la dipendenza indiana dalla potenza ex-sovietica. Stando a quanto riportano le fonti, il sessanta per cento degli armamenti indiani rimangono infatti di costruzione russa e a questi si andrà ad aggiungere, con il nuovo accordo, la produzione di fucili d’assalto AK-203 e di seicentomila fucili Kalashnikov direttamente in territorio indiano. Gli altri accordi previsti nel trattato riguardano invece la produzione di acciaio e carbone e la creazione di una alleanza energetica per la produzione e distribuzione di petrolio. La Rosneft (la holding petrolifera russa) garantirà una imponente fornitura all’Indian Oil, direttamente dal porto di Novorossijsk, entro la fine del 2022. 

Cruciale a sua volta, per comprendere il respiro politico dell’iniziativa russa, è la dimensione delle alleanze che prendono parte al gioco. 

L’India, considerevolmente vicina agli Stati Uniti, potrebbe trovarsi presto soffocata dalla minaccia di sanzioni da parte di Biden per effetto della legge statunitense del 2017 volta a dissuadere i suoi alleati dall’acquistare strumentazione militare russa. 

Russia e Cina, i due giganti

La Russia, che intrattiene forti relazioni economiche con la Cina, soprattutto dopo le sanzioni occidentali conseguenti all’annessione della Crimea, potrebbe dover rispondere alla Cina stessa dell’aiuto all’India, che dopo lo scontro armato dello scorso maggio è pronta a mettere in atto il dispositivo missilistico di provenienza russa. 

Il quadro di alleanze che se ne evince sembra delineare un mondo tutt’altro che stabile, con i due giganti accomunati da 4.100 chilometri di frontiera che faticano a essere anche alleati veri, oltre che sulla carta. Il fatto che il Cremlino rifornisca di armi sia Pechino che l’India vuole evidenziare l’intento di Putin di consolidare ed estendere, allo stesso tempo, laddove possibile, la sua sfera di influenza. 

Putin e la politica estera della Russia

La politica estera è solo uno degli strumenti attraverso i quali si è ramificata l’ideologia di Vladimir Putin. A partire dal 2000, anno da cui il principe del Cremlino regna in maniera ininterrotta e incontrastata sulla Federazione, la Russia ha assistito a una progressiva verticalizzazione e centralizzazione del potere nel Cremlino, oltre che all’instaurazione di un legame sempre più perverso fra accentramento del potere, nazionalismo e politica internazionale. Sotto il suo primo mandato presidenziale l’economia russa è cresciuta in modo esponenziale, raggiungendo un incremento pari al settantadue per cento, trainata soprattutto dal boom economico delle materie prime di cui la Russia è ricca, della ripresa successiva alla depressione causata dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica e di un maestoso impianto di politiche fiscali ed economiche.

Tutto ciò si è però verificato a discapito dello sviluppo democratico all’interno della Regione. In misura antitetica con quanto avvenuto nei Paesi occidentali, la Russia ha acquisito sotto Putin una linea sempre più autoritaria finendo per essere definita dal consigliere presidenziale Vladislav Surkov, una democrazia sovrana. Una democrazia, cioè, che perpetra l’illusione della stessa nei confronti dei cittadini, attestandosi in realtà come una democratura. 

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Il sistematico processo di repressione delle libertà e uccisione degli oppositori al regime, così come le condizioni di violenza e precarietà sotto le quali si è svolto il referendum per l’annessione della Crimea, hanno portato la Russia a essere classificata tra i Paesi con il più alto indice di corruzione percepita. Il sistema creato dal principe zarista svolge da un lato la funzione di conservare indefinitamente il potere nelle mani del Cremlino, dall’altro è condizione per esercitare la politica di potenza della Federazione a livello estero. 

Se le spinte imperialiste trovano giustificazione nella storia e nelle ambizioni di un apparato statale mai completamente libero dai retaggi sovietici, (non) stupisce che a non trovar spazio sia una reazione unitaria e decisa da parte dell’Europa, troppo preoccupata nel dare concretezza alle denunce delle violazioni per timore di vedere presto chiusi i rubinetti energetici da cui dipende ancora in larga parte. 

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